Una religione a contratto? – Sabato III di Quaresima

pubblicano-fariseoQuasi un cortometraggio quello consegnatoci dalla pagina di Lc, un cortometraggio attraverso cui, con pochissimi flash che fissano un diverso modo di stare davanti a Dio, veniamo messi in guardia da una religione a contratto.

Se identico è il percorso geografico compiuto dai due uomini della parabola, quanto diverso quello interiore! Giunti che sono al tempio, il primo non pensa neppure di doversi mettere di fronte a Dio: infatti, non perde occasione per mettere Dio di fronte a se stesso e all’opera delle sue mani attraverso cui tutto viene passato al vaglio. Paradossale ma vero: si può mentire anche mentre si crede di pregare. Non sempre, infatti, e non automaticamente, atteggiamento devoto equivale a trovare grazia presso Dio.

Può accadere di concepire il proprio rapporto con Dio sulla base di un’ansia da prestazione secondo cui il proprio credito aumenta nella misura in cui si sono osservate certe pratiche, si sono adempiuti certi riti, ci si è attenuti a certe norme in modo intransigente. Una religione a contratto, dunque, in cui, strano a dirsi, è consentita l’autocertificazione, persino di fronte a Dio che, pure, dovrebbe essere il garante ultimo di ciò che è secondo il suo cuore e di ciò che non lo è. Dio diventa solo uno spettatore muto dinanzi al quale concedersi scatti di carriera, mentre la vita gira attorno a se stessi anche se apparentemente religiosa.

Il problema, però, non è circoscritto solo all’ambito del rapporto con Dio. Paradossalmente, il proprio rapporto con un dio costruito a propria immagine e somiglianza, diventa il pulpito da cui si osservano e si giudicano le altrui esistenze, soprattutto quelle di coloro che manifestano una evidente inadeguatezza e una distanza siderale rispetto allo schema di chi sente di poter vantarsi persino davanti a Dio.

Se questo può valere davanti al proprio dio manufatto, non regge davanti al Dio rivelato da Gesù il quale mal tollera la messinscena devota che tanto siamo abili a riprodurre. Dio distoglie lo sguardo di chi si fregia di etichette religiose mentre lo posa su chi, consapevole della propria fragilità, non assume atteggiamenti di supponenza ma umilmente si affida alla sua misericordia. “Il Signore non guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”.

Che cosa c’è di distorto nel modo di essere e di fare del fariseo della parabola? Il suo bisogno di doversi distinguere, sempre e comunque, sentendosi un arrivato e perciò non bisognoso del perdono di Dio.

Un possibile riscatto per il fariseo di turno sta nell’abbandono di quella logica competitiva secondo cui per leggere se stessi è sempre necessario il paragone con un altro. La via di uscita, al dire di Gesù, sta nel guardarsi con sincerità. Il fariseo, incapace com’è di un serio esame di coscienza, finisce per compiere un esame di compiacenza.

Ciò che la parabola mette a fuoco non è tanto la preghiera quanto la verità e la consapevolezza della verità.

Ubriaco com’è di sé, il fariseo non conosce né la verità di Dio né la verità di se stesso. Talmente centrato su di sé, è lui l’orizzonte molto angusto di se stesso. Non così il pubblicano, il quale conosce la verità di se stesso, sa di essere a mani vuote bisognose di essere colmate dalla misericordia di Dio. A differenza del fariseo, egli sa che Dio è pura gratuità, amore gratuito.

Tutto sembrerebbe concludersi nel confronto tra due diversi modi di stare nella vita e davanti a Dio. Ma in realtà non è questo ciò che interessa al Signore Gesù. Accanto ai due personaggi, infatti, ve n’è un terzo che non entra direttamente in scena ma che nondimeno è chiamato in causa: Dio. Le parole finali di Gesù attestano come la pensa Dio: proprio questo pubblicano tanto disprezzato dal fariseo, proprio lui è risultato ben accetto davanti a Dio.  Il punto in questione è proprio questo: il Dio rivelatoci da Gesù è un Dio il cui amore è senza condizioni, ha perdonato al pubblicano senza chiedergli nulla in anticipo. Gesù non elogia certo la sua vita di pubblicano come del resto non disprezza le opere del fariseo. Ciò che mette in luce è piuttosto l’atteggiamento: il non presumere di sé e l’affidarsi a Dio.

L’immagine di Dio che il fariseo porta con sé è costretta in una logica retributiva, un Dio incapace di gratuità e discriminante; quella del pubblicano, invece, è l’immagine di un Dio che fa grazia e manifesta la sua compassione soltanto perché è buono.

 Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Non è possibile essere credenti se non a partire da questa consapevolezza: sono stato amato quando ero ancora peccatore. Bando perciò a ogni forma di arroganza e alla pretesa di trovare giustificazione nelle opere delle proprie mani.

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