Glorificate Dio con la vostra vita – III di Quaresima

Acciuffare Dio fu la tentazione di Pietro sul Tabor ma essere sicuri che, adempiute determinate cose, la partita con Dio sia finalmente risolta, è sempre stata la tentazione di ogni uomo che si dice religioso.

Cosa fare per essere certi del suo favore ed essere esauditi nelle proprie richieste? Quali formule recitare, quali gesti compiere, quali riti adempiere, quali luoghi frequentare, quali atteggiamenti assumere, quali sacrifici sopportare? D’altronde si sa: tutto ha un prezzo. Vuoi che il rapporto con Dio sfugga a una simile logica? Commercializzato Dio, tutto è lecito: una volta stabilito un prezzario, il resto va da sé, hai diritto a ciò che finalmente sei riuscito a comprare. Non è forse vero che l’utile giustifica tutto? Ciò che movimenta l’economia è sempre benvenuto, poco importa se il prezzo da pagare è la libertà e la dignità.

Il problema, però, non è acciuffare Dio con qualche pia pratica o con qualche gesto di solidarietà ma lasciarsi acciuffare da lui, arrivare, cioè, a vivere il rapporto con lui non secondo una logica di prestazione ma secondo uno stile di comunione e di gratuità. E questo non anzitutto in un luogo deputato ad hoc ma nello spazio reale della nostra esistenza. È la mia vita concreta l’ambito in cui riconoscere la gloria di Dio (il suo peso e la sua capacità di incidere sulla mia esistenza) che si esplicita nell’attenzione a ciò che più di ogni altra cosa è cara a Dio: l’uomo. È questo il senso del congedo che sentiamo alla fine della S. Messa quando il celebrante dice: “Glorificate Dio con la vostra vita”. Quale grado d’incisione ha Dio nelle tue scelte ordinarie, quelle più comuni? Non a caso, infatti, insieme al brano della purificazione del tempio, noi ascoltiamo oggi le parole antiche date da Dio a Mosè perché il popolo fosse in grado di custodire la sua libertà ponendo un argine a tutto ciò che rischiava di minarla. E, invece, cos’era accaduto? Che proprio la Pasqua, per eccellenza la festa della libertà e memoria di ciò che Dio aveva compiuto perché Israele si lasciasse alle spalle la schiavitù d’Egitto, era diventata il momento in cui sottoporsi ad un altro tipo di schiavitù, quella del denaro. Dio desiderava dei figli ed ecco degli schiavi. Quanto cancro tollerato solo perché non se ne comprende la gravità!

Per accostarsi a Dio è necessario lasciarsi stupire dalla bellezza del dono e non sottomettersi ad una logica mercantile che vorrebbe assicurarlo al miglior offerente. Il rapporto con Dio non può essere relegato ad un tempo e ad un luogo: forse che i nostri rapporti più veri (quando sono tali) non arrivano a segnare pensieri e sguardi, attenzioni e interessi, progetti e desideri? Perché mai avventurarsi in una esperienza affettiva se poi la releghiamo a dei momenti? Se vuoi bene ad una persona fino in fondo, persino il sonno è condizionato da ciò che provo per lei. Qualcosa di quello che il profeta Geremia esprime così: “Mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre” (Ger 20,7) o, per dirla con l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Tutto è chiamato a diventare sacro, le relazioni e il lavoro, il silenzio e la parola, gli incontri e gli impegni. E questo non facendo navigazione a vista ma fissando lo sguardo su colui che ora è per noi l’unico tramite per avere accesso a Dio, Gesù Cristo. Non perderlo di vista è ciò che riscatta persino i momenti più contraddittori della nostra esistenza facendoci gustare la grazia di una sapienza nuova.

Non siamo abituati al Gesù che s’arrabbia. Rischiamo anche noi, come i Giudei quel giorno, di non comprenderne il motivo. A spingerlo a fare una cordicella e a buttare all’aria tutta la mercanzia trovata nella casa del Padre suo, cos’altro era se non la sua gelosia? Quando qualcuno o qualcosa ci sta particolarmente a cuore non ci capita, forse, di alzare la voce così da scuoterlo? A Gesù sta a cuore che la relazione con Dio non sia qualcosa di facciata ma giunga a toccare ogni ambito della nostra vicenda umana. Il Padre non cerca dei frequentatori del tempio interessati a portarlo dalla loro parte ma dei figli che si onorano di compiere ciò che egli ha indicato per avere la vita vera.

Per questo, oggi, l’appuntamento è fissato nel nostro cuore là dove egli intende compiere un’opera di purificazione. Può accadere, infatti, e accade proprio ciò che si verificava nel tempio di Gerusalemme: al centro non più il Signore ma i propri interessi.

Proprio come il corpo di carne assunto dal Figlio di Dio è diventato il tramite mediante il quale egli ha offerto se stesso al Padre, così la nostra umanità è chiamata a diventare sacrificio vivente a Dio gradito nella misura in cui non ci fermiamo a una osservanza esteriore ma permettiamo che tutto di noi sia informato della sua presenza. Glorifichiamo Dio con la nostra vita: quando ciò accade possiamo andare in pace rendendo grazie a Dio.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Sì, glorifichiamo Dio con la nostra vita evitando di spettacolarizzare la nostra fede, come ha esortato oggi papa Francesco nella sua omelia.
    eufemia

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