Se mi vuoi bene, dimmi di no – III di Quaresima

cacciata dal tempioSe mi vuoi bene, dimmi di no.

Non è soltanto il titolo di un testo pubblicato qualche anno fa. Potrebbe essere a buon diritto l’annuncio di questa liturgia domenicale. Oggi, infatti, siamo condotti a contatto con lo sdegno di Dio. Certo, siamo poco avvezzi a misurarci con l’indignazione di chi ci vuol bene. Preferiamo piuttosto dei rapporti che ci confermino nelle nostre scelte, tanto patiamo l’esperienza di chi, per il nostro bene, esercita a volte l’autorità della proibizione o, per una passione d’amore, arriva persino a manifestare la sua ira.

Cosa c’è dietro lo sdegno di Dio? Cosa c’è dietro i suoi “no”? Cosa c’è dietro quella sferza di cordicelle usata da Gesù per cacciare chi ha ridotto la casa di Dio a un mercato? Nient’altro se non il desiderio che l’uomo viva, che l’uomo non distorca ciò che è stato pensato come qualcosa a suo favore e non contro. Cosa c’è dietro tanti nostri slogan (“No alla guerra”, “No alla violenza”, “No alla schiavitù”)?

Se l’uomo avverte una minaccia all’orizzonte, sente forte il desiderio di opporsi con veemenza. Così fa Dio quando sente profilarsi qualcosa che potrebbe mettere a rischio quanto il suo popolo ha ottenuto a caro prezzo: “ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile” (Es 20,2). Era accaduto già all’inizio mentre, chiedendo di non toccare l’albero della conoscenza del bene e del male, aveva aggiunto: “certamente moriresti”.

Israele aveva da poco conquistato la possibilità di essere affrancato dalla schiavitù egiziana. La libertà: cosa c’è di più prezioso della libertà? E, tuttavia, sappiamo che esso è sempre un bene esposto, a rischio. La traversata nel deserto narra, infatti, che se non fu facile affrancare fisicamente dall’Egitto, sarà molto più difficile estirpare dal suo cuore il meccanismo che riproduce nuove forme di schiavitù: non a caso l’esodo durò quarant’anni! Per questo il Signore consegna al suo popolo, a quel popolo per cui nutre una gelosia incredibile, le Dieci Parole, che noi conosciamo come Dieci Comandamenti. Le nostre traduzioni hanno fatto perdere la forza che quelle parole contengono. In ebraico non si usa l’imperativo come nelle nostre lingue occidentali, ma si usa l’incompiuto, cioè una sorta di futuro che andrebbe tradotto così: “Tu sarai in grado di non avere un’altra divinità di fronte a me… Tu sarai in grado di non pronunziare il nome di Dio invano… Tu sarai in grado di non uccidere, di non giurare il falso, di non desiderare la roba degli altri…”. Proprio perché Dio ti ha fatto dono della sua alleanza e ti ha permesso di fare esperienza della libertà, tu sarai in grado di… Chi di noi non metterebbe al sicuro, non custodirebbe quanto ha conseguito con tanta fatica? Le Dieci Parole sono ciò attraverso cui è possibile mettere al sicuro ciò di cui ci è stato fatto dono.

Per questo il “no” di Dio non è mai il “no” della limitazione, ma quello della custodia.

Che senso ha la rinuncia ad altre presenze all’interno delle nostre relazioni se non per preservare la bellezza e l’integrità del rapporto con la persona cui siamo legati? Se davvero abbiamo fatto esperienza di cosa significa la presenza del Signore nella nostra vita, non possiamo accettare commistioni.

Dio si presenta come un Dio geloso ed ha la pretesa di essere unico, non già per capriccio ma, proprio come un innamorato che ha già dato le prove del suo amore, chiede di essere riconosciuto ed accolto. Può essere unico, infatti, solo chi si è manifestato come tale: chi aveva avuto attenzione per la situazione in cui versava Israele? Chi gli aveva fatto gustare il dono della libertà? Chi si era schierato dalla sua parte mentre il faraone cercava di vessarlo sempre più? Cosa sarebbe stato Israele se Dio non avesse posato il suo sguardo su di lui?

La gelosia di Dio, a differenza della nostra gelosia che si declina come paura di perdere chi amiamo, è piuttosto una gelosia che si declina come custodia della persona amata perché non ricada più nel vicolo cieco dell’oppressione e della paura. Se così non fosse, non capiremmo il gesto di Gesù nel tempio. Di fronte a una relazione mercantile – qual era quella perpetuata nel tempio – Gesù non resiste e perciò ribadisce: guai a circoscrivere Dio a un luogo, un tempo, un rito. Finireste per non riconoscerlo più là dove egli fissa l’appuntamento con voi e per voi: l’umanità del Figlio di Dio, l’umanità dei figli di Dio.

Egli non è mai un “Dio a richiesta” e non può essere usato per coprire interessi privati: quanta vita religiosa usata per ricercare un conforto generico che non ci metta in discussione! Tanto meno ci si può servire di lui per ridurre la vita a teatro in cui Dio diventa un buon elemento coreografico. La sua presenza è riconosciuta non quando il suo nome è continuamente sulle nostre labbra ma quando esso arriva a informare pensieri e scelte.

Il “no”, si sa, è sempre impopolare: non sembra pagare immediatamente. Anzi. Sul momento è motivo di tristezza. Paga, però, sulla lunghezza.

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