La bellezza che salva – II di Quaresima

Ci sono momenti che valgono un’intera esistenza. Penso alla bellezza di uno sguardo, all’intensità di un abbraccio, alla bellezza di una intuizione che si accende improvvisa, a quella di un gesto inatteso che si imprime nella memoria del cuore a caratteri indelebili, alla bellezza di un traguardo raggiunto che dona senso a intere giornate di fatica. A volte basta poco per riscattare lunghi periodi di impegno.

Quel giorno, sul Tabor, dovette accadere qualcosa del genere. Gesù si lasciò andare ad una confidenza senza precedenti davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Sì, certo, avevano intuito che quell’uomo fosse particolare, unico (non poteva non essere così dal momento che lo avevano seguito), ma non potevano neppure lontanamente immaginare che potesse sprigionare da lui una luce da lasciarli quasi tramortiti. Pietro, infatti, non potrà trattenersi: “Mamma quanto è bello!”.

“Facciamo tre tende”. Chi non vorrebbe finalmente acciuffare Dio? Chi non vorrebbe evitare le storture del proprio cammino o le notti buie dell’anima?

Quella che Pietro aveva davanti ai suoi occhi non era una favola, era realtà: gli pareva di toccare il cielo con un dito. Chi era davvero quel maestro dietro il quale aveva preso a camminare? Tutto era così bello da non capire più nulla e da non sapere neppure cosa dire. Come dargli torto? In men che non si creda era passato dall’approvazione più alta per aver proferito la risposta giusta nella interrogazione di Cesarea di Filippo (Beato te, Simone…) alla riprovazione più terribile (Lungi da me, Satana…). Aveva trascorso sei giorni d’inferno, è il caso di dirlo. Ma non poteva certo immaginare di ritrovarsi all’improvviso in Paradiso.

Proprio la vicenda di Pietro ci ricorda come il cammino di ogni uomo sia un cammino dai contorni mai ben definiti del tutto, un cammino che ospita tanto il capire quanto il non comprendere: colui che segue Gesù definendolo il Cristo atteso è lo stesso che è bollato come Satana perché pensa secondo gli uomini.

Sul Tabor, il Maestro non stava giocando a fare il super eroe della situazione: stava solo offrendo ai discepoli in difficoltà una primizia che potesse far ritrovare le motivazioni e rigenerare le forze. Penso a me, penso a ciascuno di noi e ai nostri pensieri quando ci sembra di aver imboccato una strada senza uscita mentre, non senza resistenze, continuiamo a stare dietro il Signore.

Scegliere di seguirlo non ha come esito la sofferenza ma un essere rivestiti di luce e di splendore e questo, però, non saltando il passaggio dell’essere recisi. Quello che sembra un terribile destino è invece un percorso di grazia. Tutti aneliamo alla felicità e alla gioia e solitamente pensiamo a queste come una sorta di zona franca da raggiungere con una certa spensieratezza: felicità e gioia, invece, “sono tessute col filo del dolore vissuto con fede”.

Sul Tabor si realizza quello che un giorno Picasso attesterà: “C’è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi”. Ed è proprio ciò che ci manca. Noi viviamo a compartimenti: non riusciamo a fare memoria della bellezza già intravista e gustata mentre ci arrabattiamo con ciò che sembra essere il suo opposto. La trasfigurazione ha proprio questa finalità: attraversare la passione senza perdere di vista la gloria, vivere il tradimento e l’abbandono senza dimenticare l’amore, stare a contatto con la desolazione senza perdere di vista la consolazione.

Non a caso la voce dal cielo richiama alla necessità dell’ascolto. Può sembrare paradossale ma è solo l’udito che rende lo sguardo capace di vedere.

Perché veniamo qui ogni domenica se non per imparare a guardare con altri occhi le cose di sempre, grazie all’ascolto della voce del Signore?

Anche noi abbiamo vissuto occasioni in cui per una forza che quasi non sapevamo di avere, ci siamo come trasfigurati tanto da far dire a chi ci conosceva: “Ma sei proprio tu?”. Certo che eravamo noi, ma avevamo sprigionato energie nascoste ed inesplorate. Come Pietro, anche noi daremmo chissà che cosa per non rompere quell’incanto. Ma noi non siamo fatti per gli incanti, siamo fatti, semmai, per riportare nel quotidiano quello che, per grazia, abbiamo intravisto. È bello essere a un palmo da Dio ma se questo è vero, deve essere a vantaggio anche di quanti non hanno avuto l’opportunità a noi concessa. Per questo il Tabor è un momento in vista di ciò che Pietro e gli altri avrebbero dovuto fare con gli altri: quella bellezza intravista era a conferma che davvero valeva la pena credere a Gesù di Nazaret.

Questo è il compito di ognuno di noi: essere segni della bellezza intravista e gustata. Ciascuno per la sua parte.

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