Non smettere di sognare – II di Quaresima

sognareDi chi fidarsi? Ci sono momenti – periodi, addirittura – in cui con più forza avvertiamo di essere come ad un bivio: cosa scegliere? C’è un modo diverso di stare nella vita che non sia l’utilizzo del potere, il far leva sull’avere, l’agire strumentalizzando Dio? Se scelgo Dio e rinuncio a quanto la vita talvolta mi serve su un vassoio d’argento (com’era accaduto a Gesù nel deserto della prova), questo Dio cosa potrà offrirmi in cambio?

Siamo un po’ tutti come Abramo quando chiede al Signore che gli promette una terra: “Signore mio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”. Per quanto possiamo professare di essere incamminati verso un compimento ultraterreno, le cose della terra poco o tanto allettano chiunque: nessuno escluso. Chi di noi non subisce il fascino di avere per dio il proprio ventre ossia la soddisfazione di un bisogno immediato? Ci sono giorni in cui questa sembra l’unica prospettiva plausibile.

Per questo, come Pietro, Giacomo e Giovanni, abbiamo bisogno di lasciarci portare sul monte, come a voler sbirciare, anche solo per un attimo, cosa accade a Gesù. Abbiamo bisogno quasi di una caparra di quel futuro che attende il Maestro e perciò anche noi con lui. Abbiamo bisogno anche noi di un Mosè e di un Elia che ci aiutino a comprendere che non è un’illusione affidare la propria esistenza alle mani di Dio: essi ne sanno qualcosa! Abbiamo bisogno di momenti, di luoghi, di occasioni, di persone per recuperare il senso di quello che siamo e di quello che facciamo.

Invano, infatti, accetteremmo un percorso di conversione senza intravedere cosa Dio vuol fare di ciascuno di noi. Invano accetteremmo di misurarci col tempo senza aver pregustato qualcosa dell’eterno. Invano accetteremmo di seguire un Maestro oltraggiato se non presagissimo la prospettiva gloriosa che lo attende. Invano accetteremmo di rinunciare a saziare il ventre se non intravedessimo la pienezza che c’è oltre. Intuiamo, infatti, che un’esistenza ripiegata su se stessa, incapace di spingersi oltre la mera soddisfazione dei propri bisogni, ha come destino una fine ben misera.

Certo, però, la caparra non ci basta, le primizie non ci soddisfano. Come Pietro conosciamo l’amara tentazione di voler rimuovere un passato segnato da fatiche e “ignorare un futuro carico di incognite”. Come lui subiamo il fascino di un qui ed ora che ci gratifichi. Pietro, avrebbe preferito piuttosto star bene che compiere il bene. Come dargli torto? Ma Pietro – e noi con lui – deve comprendere che i momenti in cui ci sembra di essere confermati nel cammino che abbiamo intrapreso, non sono concessi per vivere finalmente spensierati: essi sono soltanto la forza per non venir meno lungo la strada, sono la spinta a non ritirarsi irresponsabilmente, sono il segno che la trasformazione è possibile ma attraverso un percorso lento e graduale che contempla anche i momenti di arresto. Pietro vorrebbe bruciare le tappe senza conoscere la fatica dei tempi lunghi. Non ha ancora compreso che la Pasqua potrà essere gustata solo passando attraverso la tenebra del Venerdì santo. Come Pietro abbiamo bisogno di non distogliere lo sguardo da quel Gesù “solo”, il quale – se ascoltato, cioè se accolto così come si va manifestando – è il segno che vale la pena restare fedeli a Dio quand’anche dovesse tardare a compiersi la promessa che ci aveva messi in cammino.

Il vangelo riporta una sottolineatura non da poco quando afferma che l’aspetto del volto di Gesù divenne altro: non un altro volto, ma un volto altro! Acconsentire a salire sul monte e lì provare a guardare le cose da un altro punto di vista, non significa che le cose mutino, ma muta il modo di leggerle. Ecco il senso dell’esperienza della trasfigurazione: quella stessa realtà che ad una prima lettura parrebbe contraddittoria, proprio quella narra l’invisibile volto di Dio. Qui sta il senso e la forza del pronome dimostrativo “questo” posto sulle labbra del Padre. Anche questo nostro momento storico, pur con tutte le sue contraddizioni, narra qualcosa dell’invisibile volto di Dio. Diventiamo capaci di riconoscerlo solo se non cessiamo di fidarci di ciò che il Figlio di Dio continua a proporci.

Ascoltatelo: se lo accogli, non c’è momento di prova che non si trasformi in seme fecondo.

Ascoltatelo: se lo accogli, ti basta avere nella bisaccia anche solo un tenue raggio di luce appena intravisto per metterti in cammino decisamente.

Ascoltatelo: i tuoi sogni, se sono i sogni stessi di Dio, hanno tutto il diritto di essere ospitati e perseguiti. Pur passando attraverso il guado della smentita, di certo troveranno compimento. Quando? Quando piacerà a Dio.

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