La fatica di restare umani – I di Quaresima

Non poteva esserci inizio più improbabile, umanamente parlando, eppure è quanto mai significativo che la vicenda del Figlio di Dio inizi in questo modo tanto insolito. Infatti, dopo il lungo apprendistato di Nazaret durato circa trent’anni e dopo quella inattesa immersione nelle acque del Giordano che aveva fatto indietreggiare persino il Battista, tanto era inammissibile come gesto, cosa fa Gesù? Si sottopone all’esperienza che più caratterizza il nostro essere uomini: la tentazione nel deserto. Cosa c’è di più umano della tentazione? È proprio la tentazione il luogo più alto della libertà: nessuna costrizione a fare in un modo piuttosto che in un altro. Scegli: nessuna direzione obbligatoria.

Nel caso di Gesù è proprio lo Spirito Santo a cacciarvelo, letteralmente. Quell’essere tentato non fu a motivo di una distrazione o di una superficialità come talvolta può accadere a noi. Fu una vera e propria esperienza spirituale, come del resto vorrebbero essere tutti i guadi che siamo chiamati ad attraversare. Anche il Figlio di Dio, nella sua umanità, ha dovuto attestare non solo per chi e per che cosa intendeva vivere e agire ma soprattutto come vivere e come agire. E questo non già per un istante ma costantemente (quaranta giorni tentato da satana).

Chi di noi non subisce il fascino – e non una volta soltanto – di abdicare alla sua umanità desiderando rivestire i panni di una sorta di super io? A fronte di un reale così poco gratificante a volte, il magico ci seduce, l’illusione ci affascina, la fantasia ci trascina.

L’unico che avrebbe potuto usare le sue prerogative divine per bypassare l’umano, non lo fece, non prese le distanze da ciò che io sento come un inutile peso.

Satana non cessa di suggerire al Figlio di Dio e ai figli di Dio: costruisci a tuo piacimento un umano alternativo che finalmente si affranchi da tutto ciò che dice impegno, fedeltà, costanza. Satana non suggerirà mai il male per il male: se così fosse lo smaschereremmo subito. Ciò che ti mette davanti ha sempre a che fare con qualcosa che in quell’istante ti appare come il meglio rispetto a quello che vivi. Il Figlio, però, sapeva bene che non si può prescindere da questo umano così com’è: lo sapeva così bene che non ebbe timore di raggiungerlo persino agli inferi, là dove non si dà più traccia di umano.

Cosa accade nel deserto verso il quale anche noi veniamo sospinti?

Il luogo della desolazione e della solitudine è quello che più manifesta passioni e ragioni del cuore. Esso è il luogo in cui con più forza mettere a confronto il lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio e le nostre personali aspettative. Si tratta di una esperienza necessaria, di un deserto necessario perché non c’è fede, non c’è scelta di vita, non c’è impegno che non siano passati al vaglio. Questo tipo di prova non si evita ma si attraversa.

Chi non sperimenta – e non una volta soltanto – la terribile lotta tra il dono totale di sé e il ripiegamento o la non responsabilità? Chi non patisce la fatica di spogliarsi di ciò che non ha consistenza e che, purtuttavia, seduce? Chi non è attaccato dalla belva selvatica della sfiducia e dello sconforto, della solitudine e della chiusura?

Forse ci è difficile leggere una particolare azione dello Spirito come nel caso di Gesù e, tuttavia, nella vita di ognuno di noi ci sono eventi, situazioni, persone che in qualche modo si incaricano di volta in volta di far emergere ciò che ci abita e ci condiziona. Nessuno accetta di buon grado di sottoporsi a questo screening del cuore: abbiamo paura di scoprire aspetti di noi che neppure noi riusciamo a confessare a noi stessi. Grande è in questi frangenti la tentazione dell’evitamento o dello spostamento, per usare un termine mutuato dalla psicologia.

Ci fanno paura le belve selvatiche che hanno trovato alloggio nel nostro cuore tanto da condizionare pensieri e scelte, progetti e azioni. Preferiamo evitare, appunto, nella convinzione che il non affrontarle sia già risolutivo oppure scegliamo di ammansirle con ritrovati spirituali che sono come una sorta di anestetico, ma una volta finito l’effetto eccole ritornare più violente di prima.

Non aver paura di confrontarti con la verità del tuo cuore nel deserto della prova: se lì non smetterai di affidarti al Padre, potrai uscire da quell’esperienza portando non una denuncia ma un annuncio. Proprio come Gesù.

Non aver paura del cammino e della fatica che esso comporta. È solo un pensiero magico pensare di giungere alla meta saltando i rischi e i disagi del percorso o credere che la fatica della sia il segno che si è sbagliato strada.

Tutto in noi è funzionale alla trasformazione, nulla ha solo il carattere di distruzione e di morte, come attesta l’arcobaleno dopo il diluvio universale. L’acqua che ti farebbe annegare è la stessa che ti conduce a salvezza. Perché ciò accada è necessario accettare di compiere la fatica di trasformare il proprio deserto della paura in giardino della grazia.

Occorre imparare a stare a contatto con le proprie zone d’ombra permettendo alla luce del Vangelo di trasformarle in luce. L’arcobaleno è lì ad attestare che Dio non prenderà mai le distanze da questo uomo che sono io così come sono. A me sta bene?

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