Stare – I Domenica di Quaresima

desertoSosta nel deserto quella odierna, tanto per il Figlio di Dio quanto per la comunità dei suoi discepoli.

Si direbbe, addirittura, tappa obbligata se a condurre Gesù nel deserto è lo stesso Spirito. Ne viene dal battesimo Gesù, con ancora nelle orecchie la voce rassicurante del Padre: Tu sei mio figlio! Sulle rive del Giordano la voce del Padre ha convalidato la sua scelta di Messia in fila con l’ultimo dei peccatori. Quale migliore garanzia per camminare spediti sul sentiero intrapreso?! E invece no.

Anche il Figlio condotto nel luogo della prova, in una esperienza di radicale solitudine. Anch’egli nel luogo e nell’esperienza del fraintendimento e di possibili sbagli. Come era accaduto al suo popolo, come era accaduto ai padri nella fede, ai profeti stessi. Non esente il Figlio di Dio. Senza sconti il suo percorso, uomo fino in fondo: per questo la sua parola non è come quella degli scribi. Parola autorevole la sua proprio per aver subito la prova egli stesso, proprio per aver conosciuto sulla sua pelle che esiste un’alternativa. Non è scontato servire Dio. E non è l’unica possibilità. E non è scritto una volta per tutte cosa significhi servirlo.

Se persino il Figlio di Dio ne sente il fascino, se anche lui deve scegliere, crediamo proprio che qualche uomo, una comunità cristiana, passi su questa terra senza tentazioni? Anche il Figlio ha avuto bisogno di un apprendistato di umanizzazione. Quasi un paradigma la vicenda della tentazione nel deserto: non è dato annunciare la prossimità di Dio (il regno di Dio è vicino) se non dopo l’esperienza tutta umana dell’aver attraversato il deserto della prova.

Anche il Figlio chiamato a verificare ciò che c’era nel suo cuore (secondo la splendida immagine di Dt 8,2). Il deserto era il luogo in cui Israele era stato costituito popolo di Dio. Era, inoltre, il luogo in cui aveva fatto esperienza di libertà ma anche il luogo in cui aveva imparato a riconoscere che la libertà ha un prezzo.

Anche il Figlio sedotto da chi contrasta lo stile di Dio.

Anche il Figlio tentato di prescindere da Dio, fare come se non. Il deserto e quei quaranta giorni dicono sì un tempo circoscritto, ma il vangelo non ricusa di annoverare una dopo l’altra pagine in cui il Figlio sarà di nuovo tentato:

  • tentato dal potere, egli che era venuto per servire,
  • tentato dal successo che fa seguito ai primi segni compiuti,
  • tentato di abbassare il tiro della sua proposta quando gli verrà rimproverato che il suo è un linguaggio duro che non ottiene facili consensi,
  • tentato, inoltre, di costringere gli uomini a credergli,
  • tentato persino dalla fuga quando l’abbandono, il tradimento e il fallimento faranno capolino nella sua esistenza.

Continuamente sollecitato a ridire in che modo vorrà vivere da Figlio affidato alle mani del Padre. Come il Figlio, così i figli, i suoi discepoli: chiamati, come lui, ad esprimere in che modo dare credito al Vangelo, in che modo esprimere un itinerario di conversione.

Nel deserto, accettando di entrarci, il Figlio impara a stare a contatto con le bestie selvatiche. Le fiere ci sono, non vengono annientate, ma il Figlio impara a starci accanto. Senza fuggire da nulla. Immagine di un male riconosciuto e dominato. Un’armonia riscoperta grazie alla quale persino il deserto può diventare giardino. Come quello degli inizi, dove a regnare non era certo la paura. “’Le fiere’ non ci sono nemiche perché ‘angeli’ ci indicano sentieri che travalicano la terra e fanno assaporare lo stesso Dio… fanno diventare brillante persino il buio” (F. Scalia)

Forte dell’esperienza del deserto, il Figlio accetta di misurarsi con la storia, quella che è, non ricercando tempi e luoghi protetti ma i luoghi e i tempi della storia. Ha scelto di abitare un tempo laico, percorrendo le strade di una regione spuria. E proprio quando tutto sembra smentire un regno di Dio che si fa vicino all’uomo – quando più forte sarebbe la tentazione di battere in ritirata e aderire alla realtà – proprio allora il Figlio osa annunciare che il tempo è compiuto e Dio si è avvicinato a te. La presenza e la vicinanza di Dio viene annunciata da chi, avendo imparato a stare a contatto con le bestie selvatiche, sceglie di stare nelle contraddizioni della storia, rinunciando a tane e a nidi di sicurezza. Troppa la storia criticata dalla comunità cristiana ma – ahimè – troppa storia non assunta dalla stessa comunità cristiana.

Mc riporta un verbo che è tutto un programma per il Figlio di Dio come per i suoi discepoli: stare. La tentazione è legata proprio a questo verbo, verbo che viene prima di ogni fare e di ogni dire. È difficile stare, semplicemente stare, senza pretendere di essere qualcuno, solo accettando di entrare in una ben precisa situazione storica.

Quale il nostro stare come singoli e come comunità? In che modo declinarlo?

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Grazie Signore per avermi insegnato a vincere le tentazioni; per avermi indicato la via della perfezione; per avermi tenuta per mano tutte le volte che mi sono ritrovata, sola, nel deserto.
    eufemia

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