A motivo di Cristo – Mercoledì delle Ceneri

“Tu riapri alla Chiesa la strada dell’esodo attraverso il deserto quaresimale”.

Così ci fa pregare la liturgia in uno dei prefazi di Quaresima. Torna come grazia sorgiva l’invito a noi rivolto dal Signore a compiere il necessario esodo perché lasciamo la terra della nostra schiavitù e approdiamo, attraverso il deserto quaresimale, a quella della nostra libertà.

Mai definitivamente compiuto l’esodo che ci porta a lasciarci conformare e assimilare a Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo. Non c’è vita cristiana là dove non si arriva a fare nostri i sentimenti, i desideri, il modo di vivere, il coraggio di morire del Signore Gesù.

L’uomo spirituale non è chi ha soppresso istinti e pulsioni, moti dell’animo e tendenze interiori, ma chi lascia che tutto ciò sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito. Da una parte, quindi, i sentimenti manifestano la parte debole dell’uomo perché spesso non passano neppure attraverso il vaglio della riflessione, dall’altra sono la fotografia più attendibile di quello che portiamo nel cuore, del livello di profondità della nostra conversione interiore. Infatti, possiamo esercitare un controllo sulle parole e sui gesti, ma non possiamo impedirci di provare dei sentimenti, i quali ci dicono se e fino a che punto ci stiamo identificando con il cuore di Cristo, con il suo Vangelo.

Perciò non è completa e tantomeno evangelica quell’esistenza che non arriva a toccare e purificare sentimenti, desideri, disposizioni interiori, progetti, simpatie, gusti, sogni inconfessati, attrazioni, memoria, fantasia.

Non basta lavorare solo sul versante esteriore della persona, non basta sollecitare una novità di gesti e di condotta; occorre, invece, dare la necessaria attenzione al cuore, al sentire più profondo, alle motivazioni dell’agire. È necessario formare il “cuore” in senso biblico e non soltanto abilitarsi ad un certo tipo di apostolato o ad assumere particolari qualità virtuose.

Il cammino dell’esodo inizia col chiamare per nome i propri scheletri e con l’accettazione delle proprie ferite. La libertà verso cui siamo incamminati comincia col riconoscere le proprie schiavitù. L’uomo maturo è sempre uomo ferito, è uomo pasquale. C’è, quindi, una morte da affrontare: quella dei propri sogni di perfezione.

Si tratta di un vero e proprio cambio strutturale del proprio modo di pensarsi e agire, per non accontentarsi di mettere vino nuovo in otri vecchi. È il contrario del compromesso e delle mezze misure.

Per fare esperienza di Dio ci vuole tutto l’uomo: cuore, mente, volontà.

Si corre il rischio, molto spesso, di cercare il Dio che accontenta il cuore o ricompensa la volontà o rassicura l’intelletto, ma non è il vero Dio, perché Dio non è solo tenerezza o solo autorità o solo verità teorica.

L’illusione sentimentale (tutto cuore) è propria di chi ritiene che per conoscere Dio basti il sentirlo dentro. Il dato sentimentale è l’unico criterio di esperienza. Ne deriva una gran confusione perché l’amore è ridotto ad emozione piacevole fino al punto che anche Dio rischia di diventare una di queste emozioni.

L’illusione morale (tutto fare) è propria di chi assolutizza la volontà. Si è convinti che per fare esperienza di Dio basta fare certe cose, osservare un determinato codice morale, celebrare certi atti di culto, imporsi un’ascesi. Si dimentica, però, che si fa esperienza di Dio per puro dono e non già come approdo di un nostro sforzo.

C’è poi il tutto testa: conoscere Dio, per lui, è soprattutto una questione speculativa, puro oggetto di conoscenza, incasellato entro schemi molto umani, conquistato una volta per tutte. A un simile Dio fa riscontro un uomo ridotto a pura razionalità. Non avendo il senso della trascendenza e del mistero, tutto è ridotto sulla misura del proprio pensiero.

Nel cammino che dalle illusioni ci porta alla vera esperienza di Dio c’è un passaggio obbligato: la conversione. Non è possibile conoscere Dio, se non si è disposti a cambiar vita. La conversione è quel processo lento e discreto che ha luogo nell’esistenza di chi incontra Dio, lo scopre sempre più come realtà trascendente e si lascia da lui radicalmente trasformare.

Capita sovente di essere consapevoli che in qualche modo noi con Dio siamo di casa: non siamo più stranieri né ospiti ma “familiari di Dio” (Ef 2,19). Sappiamo di essere suoi figli. Tutto questo, però, rischia talvolta di farci perdere il senso della realtà di Dio. Siamo talmente impegnati a diventare sempre più esperti delle cose di Dio che va a finire che ci abituiamo ad esse: non ci stupiamo più di fronte alle meraviglie che continua ad operare, il dono di sé nel sacrificio eucaristico ci trova distratti, la sua parola che pure ascoltiamo ogni giorno non ci provoca più e allora non avvertiamo neppure l’urgenza di cambiare. È come se Dio sia qualcosa di cui poter disporre a nostro piacimento.

Mettersi in stato di conversione butta all’aria questa nostra presunzione. Il cammino di chi si converte inizia con la scoperta che Dio è al di là delle cose, molto più grande dei nostri progetti o dei nostri ideali. Dio è fatica e novità ogni giorno, non problema già risolto da tempo. Il giorno in cui questa verità diviene certezza profonda, la vita comincia a cambiare. Di fronte al Dio totalmente Altro, trascendente si scopre che l’unica risposta valida è il superamento di sé e del proprio mondo.

Chi si apre a questo Dio trascendente non può non scoprire i falsi dei del passato: criteri di azione, gerarchie di valori, stile interpretativo della realtà, simpatie e attaccamenti vari a persone o a cose.

Quanto più facciamo esperienza del vero Dio, tanto più diveniamo sensibili a tutto ciò che da lui in qualche modo ci allontana. E diventiamo esigenti con noi stessi, anche duramente se occorre. Quando Dio si rivela ad una persona tutto il resto perde valore o ne assume uno nuovo, diverso, impensato. Ciò che un tempo era importante per sentirsi realizzati si scopre che non lo è più; quanto sembrava indispensabile per sentirsi felici si rivela incapace di dare vera gioia; quell’affetto che appagava il cuore e da cui sembrava impossibile staccarsi si manifesta troppo povero per un cuore chiamato da Dio ad innamorarsi di lui.

Fil 3,7-8: “tutto ormai io reputo una perdita…”

C’è un momento nella vita in cui le cose di prima devono sembrarci spazzatura: se non abbiamo il coraggio di chiamarle così rischiamo di non convertirci mai. C’è un momento in cui dobbiamo avvertire proprio un senso di nausea per un certo modo di vivere, altrimenti ci accontentiamo di una vita mediocre.

Perché “spazzatura… perdita… nausea”? Paolo direbbe: “a motivo di Cristo”.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.