acasadicornelio

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un titolo per "iniziati" vuol essere, piuttosto, un invito a riconoscere e comprendere che, molto spesso, lo Spirito del Signore – proprio come con Pietro in casa del centurione Cornelio (cfr. At 10,1-44) – ci ha già preceduti nella storia di tanti uomini e donne che con docilità si sono aperti alla sua azione, scoprendo, così, che Dio non fa preferenze di persone. Per questo non spetta a noi porre impedimento a Dio (At 11,17)… Antonio

La mia lebbra – VI del T.O.

Non c’è storia che non porti con sé i segni più o meno manifesti di una bellezza perduta. E ciò non è dovuto solo al passare degli anni o all’aggressione di un brutto male. Ciascuno di noi porta nel suo patrimonio genetico i tratti di qualcosa che non corrisponde più al progetto originario della creazione quando, uscendo dalle mani di Dio, tutti, nessuno escluso (indipendentemente dalla nostra bellezza fisica) eravamo cosa “molto buona”. L’esperienza del peccato che si declina come solitudine, come limite o vulnerabilità, come parola non mantenuta, come abbandono o disperazione, (i volti della lebbra sono tanti quanti sono i volti degli uomini), finisce per far cadere a brandelli dignità e identità, nomi e storie, promesse e progetti, relazioni e incontri. Cosa mi sta succedendo? ci chiediamo a volte mentre ci sentiamo trapassare l’anima e il corpo da una lama affilata tanto da non riconoscerci più. Una certa dose di bruttura sembra impadronirsi prima ancora che del nostro fisico, del nostro cuore. Sembra quasi che qualcuno si diverta a scomporci fin nelle giunture delle midolla. Satana non è mai sazio nel portare avanti l’opera di “sfiguramento” di ciò che era stato pensato per essere segno di Dio stesso all’interno della creazione.

Un non-uomo, così poteva essere considerato chi portava sul suo corpo piaghe e bubboni. Costretto com’era a vivere ai confini tra il luogo della morte e i pochi scampoli di vita umana, doveva continuamente ricordare a sé e agli altri la sua inesorabile condanna. Per quell’uomo c’era un limite oltre il quale non era concesso spingersi. Unica compagna la domanda: “Dov’è Dio in questa mia vicenda di dolore e di morte?”.

Non così quel giorno: per la prima volta c’è uno che non scappa e perciò egli può osare avvicinarsi. “Dov’è Dio?”. Dio è là, a due passi da lui, per questo quell’uomo aggancia la sua disperazione alla grazia di una vicinanza insperata. C’è Gesù, “l’uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3). Non è forse vero che osiamo avvicinarci con fiducia solo a chi sia “in grado di comprendere le nostre infermità” (Eb 4,15), a chi, in qualche modo, condivide la fatica del nostro peso? Cosa lo ha spinto ad osare se non il riconoscersi in lui?

Per la prima volta, infatti, c’è uno che non si rapporta a lui come a uno scarto intoccabile – un esubero, per dirla col linguaggio dei nostri giorni – ma come ad un uomo. Il vero processo di guarigione comincia proprio qui: ancor prima di veder rifiorita la pelle, si vede restituire la dignità di persona. Non basta, infatti, aver superato una patologia se poi permane il dramma della solitudine.

Quel lebbroso sarebbe stato comunque guarito – anche qualora avesse continuato a rimanere lebbroso – già soltanto per il gesto di Gesù il quale aveva toccato l’intoccabile restituendolo ad una possibile relazione.

Quell’uomo sperimenta così che la sua condizione non è un ostacolo ma addirittura la porta di accesso alla possibilità di conoscere l’amore di Dio per lui. Perché questo accada è necessario che io dia un nome al bisogno che mi abita e non temere di compiere il passo di accostarsi al Signore. Se accetto di “venire a Gesù” scopro che nulla è definitivamente perduto. L’incontro con lui accade solo quando, in tutta umiltà, accetto di consegnargli tutto ciò che in me è espressione di impurità: non ci intacca, forse, la lebbra della superiorità, della vanagloria, dell’ipocrisia, della superficialità? Che nome ha la mia lebbra?

Se vuoi…

Sono parole che dicono una fiducia ed esprimono un’attesa. Non sono parole di pretesa: esse esprimono la disponibilità a rimettersi nel giusto rapporto, quello che persino il Figlio di Dio conoscerà nell’ora del Getsemani quando, rivolto al Padre, ripeterà proprio così: “non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu”. Quelle parole attestano che la via verso la vita vera è impararsi a fidarsi di ciò che Dio vuole e Dio non vuole certo il male.

Quelle parole ridicono che per quanto provato, il lebbroso non aveva smarrito la memoria della sua identità e della sua dignità. Egli sa che la sua condizione di segregato non era una volontà di Dio ma frutto della paura degli uomini. Se il peccato, infatti, potrà intaccare la nostra somiglianza, mai potrà scalfire la nostra immagine più vera, quella secondo la quale siamo usciti dalle mani stesse di Dio. Lebbroso, sì, ma figlio, peccatore, sì, ma figlio.

E così il lebbroso diviene apostolo: l’annuncio del vangelo, infatti, non è sulle sue labbra, anzitutto, ma nel suo corpo. Chi ha avuto la grazia di incrociare Cristo sul suo cammino di smarrimento e di morte, non può non gridare cosa gli è accaduto. Radica qui il divario che tante volte fa cortocircuito nella nostra evangelizzazione: la bocca esprime ciò che la nostra vita smentisce. Nel caso del lebbroso, invece, era la sua vita – il suo corpo – ad attestare la prossimità di Dio.

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 11, 2018 da in Omelie, Parlare di Dio... di domenica....
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