Condividere – Sabato V del T.O.

senza-titolo-1La pagina evangelica è una vera e propria sfida per noi, attraversati dagli interrogativi che forse più volte rimbalzano nel profondo del nostro cuore: come essere pane, come essere balsamo per le tante ferite dei nostri giorni?

L’annuncio evangelico di oggi, ci viene in aiuto, descrivendo accuratamente quale potrebbe essere la soluzione più ovvia, ossia l’atteggiamento del disinteresse e del rifiuto, l’atteggiamento del tenere le distanze e perciò di abbandonare l’altro a se stesso.

Perseguire una simile strada avrebbe tutte le ragioni dalla sua:

il deserto, ossia il fuori luogo. In un deserto non si può dare da mangiare ad una folla intera. Il deserto evoca l’atteggiamento di chi si mette il cuore in pace perché la condizione in cui ci si trova è motivo per non vedere, non sentire, non cogliere ciò che possa dare fastidio;

il ritardo, ossia il fuori tempo. C’è sempre gente fuori orario alla mensa della vita e questi in genere sono coloro la cui condizione ha tolto persino la percezione del tempo;

il congedo: non resterebbe che congedarli! Il congedo esprime qui l’atteggiamento delle dimissioni. D’altronde, chiedono i discepoli, “come si potrebbe sfamarli di pane, qui, in un deserto?”. Non possiamo farci nulla.

Ci sarebbero tutte le buone ragioni per disfarsi di quella gente. Ognuno si arrangi. Del resto sono già diverse ore che il maestro si sta spendendo per quella folla. Non c’è più tempo da perdere.

Ma Gesù va oltre e all’atteggiamento spontaneo del disinteresse contrappone l’atteggiamento dell’accoglienza, che si traduce nell’offrire pane in abbondanza a ciascuno.

Invece di disfarsi di questo enorme fastidio, altrove (cfr. Mt) chiederà anche ai discepoli di farsene carico: “Date loro voi stessi da mangiare”. La situazione si complica.

“Quanti pane avete?”.

Gesù chiede di partecipare alla sua compassione con questa reale povertà e pochezza: ciò che conta non è quello che abbiamo o che possiamo dare ma quanto siamo disposti a coinvolgerci. Per Gesù non è un problema la nostra pochezza. Essa, lasciata a se stessa, o trattenuta per paura come per l’uomo della parabola dei talenti, può diventare miseria. Se consegnata alla preghiera e alla benedizione di Cristo, e alla larghezza delle sue mani che non sanno fare altro che spezzare e distribuire, diventa ricchezza moltiplicata e condivisa.

La domanda seria nella nostra vita non è allora che cosa possiamo fare o dare, ma se siamo disposti a non trattenere e a condividere.

Non siamo chiamati a dare qualcosa di nostro, ma noi stessi.

“Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane – scrive nel suo Diario Etty Hillesum, l’ebrea olandese morta nel 1943 ad Auschwitz – e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo”.

Gesù ci dice: non nasconderti dietro la tua pochezza. Ognuno dia quel poco che è, quel poco che ha. Toccherà a me moltiplicare.

Una via d’uscita è possibile là dove qualcuno comincia a non trattenere solo per sé e prova a far entrare l’altro e i suoi bisogni all’interno della propria attenzione.

Il voler moltiplicare le risorse non può accadere senza prima aver messo a disposizione ciò che sei e ciò che hai. Accade sovente, infatti, che si voglia moltiplicare senza dare.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Alfonso D'Andretta ha detto:

    Il problema principale oggi, non è rappresentato dal non voler condividere, ma dalla corruzione sfacciata è sfrenata che, tutto fagocita. È vero che ai corrotti è precluso il perdono e la salvezza, ma ci sarebbe tanto bisogno di segni tangibili, ora nel presente.

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