Salute e salvezza – V del T.O.

guarigioneOgni giorno tocchiamo con mano come la vita ci sorprenda e ci superi. Essa è davvero dono e mistero: per quanto, aiutati anche dai moderni strumenti della tecnica e della sperimentazione scientifica, ci sforziamo di trovare spiegazioni ad aspetti e momenti di essa, ci ritroviamo comunque di fronte a situazioni e aspetti che misurano tutta la nostra impotenza. A volte, ci mancano non solo le parole per spiegare ma anche gli strumenti per far fronte adeguatamente a fasi inaspettate.

Se la vita è mistero, lo è ancor più la sofferenza e la malattia. Perché una scelta sbagliata che ha finito per compromettere la nostra e l’altrui esistenza? Perché quel limite che finisce per far sfiorire inesorabilmente sogni e speranze? Perché quella malattia che ancor in giovane età segna un nuovo corso delle cose per sé e per i propri legami?

Di fronte a simili domande, diventiamo piccoli piccoli: balbettiamo e annaspiamo. Com’è difficile in simili frangenti riuscire a leggere la fedeltà di Dio alla sua promessa! È vero: ci sono momenti in cui la vita umana è sopportata nel disincanto, quasi non si veda l’ora che ad essa si ponga fine.

Non è facile misurarsi con esperienze simili. A volte si vorrebbe fuggire ed è possibile farlo in tanti modi: o abdicando alla responsabilità del momento o, più comunemente, rassegnandosi, visto che ci si trova di fronte a qualcosa di più grande di noi. Non poche volte ci si arrabbia scandalizzati non riuscendo a cogliere quale parola dischiuda per noi anche una fase che sembrerebbe tanto insensata e, perciò, tanto infeconda.

Per questo, oggi, presi per mano dalla liturgia, vogliamo fissare lo sguardo sull’atteggiamento che Gesù ha avuto verso i malati e verso la malattia. Ed emerge subito che proprio la condizione dei malati è ciò che più ha caratterizzato l’opera e il ministero di Gesù. Dirà addirittura di essere venuto ben per questo, per lottare contro la malattia e contro la sofferenza attraverso le forme più disparate. Il suo modo di stare di fronte ai malati diventa lo stile a noi consegnato per prolungare la sua opera: Dio continua a tendere la mano e a risollevare mediante la cura, senz’altro (ed è un compito che riguarda alcuni), ma poi attraverso l’ascolto, per mezzo del farsi compagni di cammino, esercitando il conforto, custodendo nella preghiera, sollevando mediante i sacramenti della guarigione.

Attenzione, però, sembra ripeterci Gesù, a pensare che la vita abbia senso solo quando finalmente una malattia è superata e la salute riacquisita. Attenzione a ritenere come insensati i momenti in cui il limite o la malattia fanno capolino: tanto il limite quanto la malattia chiedono una diversa rilettura di se stessi e della propria identità. È vero: essi segnano un prima e un poi da cui non è dato prescindere. Salute e malattia, infatti, non sono soltanto due momenti antitetici della vita, ma due momenti da integrare con consapevolezza e fiducia, altrimenti, anche quando naturalmente la nostra esistenza si avvicina al suo traguardo, rincorreremo il mito dell’efficienza fisica come se per noi non debba mai esserci una fine. Non ogni dolore, infatti, è dominabile mediante i ritrovati della tecnica o della ricerca scientifica. Non sempre esiste una risposta pratica (cosa fare?) di fronte al dolore.

Per quanto cerchiamo stabilità e sicurezza con tutte le energie e in tutti i modi e ambiti, c’è sempre qualcosa che rende poco desiderabile la nostra condizione umana o per un male fisico o per una ferita interiore che non riusciamo a sanare.

La vita non può essere misurata nella sua dignità e bellezza solo quando essa è ottimizzata perché risparmiata dal dolore: scarteremmo larga parte di persone e di momenti dell’esistere umano, se così fosse.

Proprio Gesù ci ricorda che ben altro è il male da cui essere guariti: il peccato che ci assedia facendoci ritenere solo la salute motivo di salvezza. C’è un vangelo anche nella malattia, anche nella prova, persino nella morte. Perché mai non è possibile proclamare Gesù Figlio di Dio se non ai piedi della croce? Perché prima di questo momento cadremmo vittime di un Dio costruito a nostra immagine e somiglianza.

Il credere non è legato a una integrità fisica custodita o recuperata (della serie: quando c’è la salute c’è tutto): esso consiste piuttosto nel non perdere mai la fiducia amicale nel Signore, nonostante la malattia ci visiti, la disgrazia incomba e la morte resti un passaggio inevitabile anche per il cristiano. È solo la fede a restituire fecondità a pagine che altrimenti strapperemmo.

Custodisco con me un foglietto scrittomi anni fa, durante la Scuola della Parola, da una carissima amica che ha un figlio portatore di handicap. Avevo chiesto: “Che cosa è per voi evangelo, lieta notizia?”. E lei mi scrisse: “…dico che la mia lieta notizia è N. perché è solo attraverso le nostre vite vissute insieme Dio mi ha dato la possibilità di esplorare un mondo di semplicità che se non ci fosse N. io non potrei conoscere. Se lo dico – e a volte l’ho detto – mi guardano come pazza. Io non voglio che si dica di me: Dio le ha dato una rosa e una spina” E poi, in un altro biglietto: “Caro Antonio, tu parli di Dio come si parla del fratello che dorme nella nostra stessa camera. Questo è bellissimo; io oggi riesco a non avere paura… Accetto la mia quotidianità in grande serenità e pronta a rimboccarmi le maniche”.

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