Mia dolce rovina – IV del T.O.

Dio è di parola e, perciò, mantiene la promessa fatta in antico: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”. Ora Dio non parla più tramite intermediari ma mediante il Figlio stesso: nelle sue parole e nei suoi gesti è Dio che opera, è Dio che si rivela.

Quel sabato, infatti, nella sinagoga di Cafarnao, gli astanti si accorgono subito di trovarsi di fronte a uno che non parlava a vanvera. Le parole che uscivano dalla bocca di Gesù avevano uno spessore impareggiabile. Non poteva essere diversamente: esse nascevano da un lungo apprendistato durato quasi trent’anni nel silenzio di Nazareth. Quelle parole avevano un’autorità senza eguali perché Egli aveva vissuto quanto poi avrebbe annunciato. Erano in grado di alimentare la vita di tanti perché nascevano non da uno studio ma da una relazione, quella col Padre suo, la cui volontà era diventata suo cibo, suo alimento quotidiano. Quelle parole aprivano a sensi reconditi, quelle parole indicavano il cielo, quelle parole permettevano di non vivere ripiegati, quelle parole aiutavano a comprendere che il quotidiano è sacramento dell’eterno. Per questo erano stupiti dell’insegnamento dato con autorità da parte del Maestro di Galilea: quelle parole erano in grado di leggere il vissuto e di far vibrare le corde del cuore. Non era mai accaduto finora.

Autorità, parola usata e abusata a proposito e a sproposito. A volte si crede che a conferirtela sia un titolo, un ruolo, un’obbedienza, un mandato, un concorso, un’abilitazione. Sì, anche, ma essa ha una cartina di tornasole che risiede non nella ripetizione monotona di un testo ma nella capacità di allargare gli orizzonti mentre alimenta la tua esistenza, se è vero che il latino augere significa proprio alimentare, dilatare, far crescere.

Ha autorità non chi si limita a impartire ordini o a chiedere sottomissione, bensì chi è in grado di farti intravedere letture inedite, chi apre spiragli là dove sembra esserci solo una coltre spessa, chi ti restituisce la voglia di metterti in gioco, chi – come quel giorno – non identifica uomo e peccato e, perciò, può far venire alla luce l’immagine più vera di quell’uomo di cui satana si era impossessato. Ha autorità chi, sulla scia del Cristo, è in grado di ingaggiare una vera e propria lotta contro tutto ciò che sfigura nomi e volti. Ha autorità chi ha il cuore immerso in Dio e perciò accoglie la sua parola con stupore e la traduce con la vita nelle cose del mondo.

Un giorno, nella crisi sopraggiunta ad un altro discorso tenuto da Gesù sempre a Cafarnao e che si risolverà con l’abbandono da parte di tanti, quando porrà la questione di fiducia a tutti, si sentirà rispondere da Pietro: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. È vero: il primo segno che noi cerchiamo non è il miracolo, ma una parola vera, qualcuno che col suo modo di parlare sia capace di restituire un senso alla vita.

Quel giorno, nella sinagoga di Cafarnao, quella parola pronunciata con autorità “svelerà i pensieri e i sentimenti del cuore” di un uomo abituato ad una stanca ritualità e non più in grado di lasciarsi toccare da ciò che pure con assiduità veniva proclamato.

“Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?”.

Sì, per usare le parole di Turoldo, Cristo è mia dolce rovina. Se accolto, manda in frantumi tutto ciò che non riluce di bellezza, tutto ciò che dice chiusura, tutto ciò che ha a che fare con la recita e con la paura, con la mediocrità e con il volare basso. Anche in noi abita uno spirito impuro: esso ha a che fare con la giustificazione della nostra superficialità e della nostra sufficienza.

Perché questa rovina è dolce? Di che rovina si tratta? Della rovina del seme che, marcendo nella terra, fiorisce e germoglia, la rovina della notte che cede il posto alle prime luci dell’alba, la rovina di tutto ciò che chiede di nascere e per questo manda in frantumi quanto è soltanto un involucro, la rovina del bozzolo che permette al bruco di trasformarsi in farfalla.

Siamo credenti a una condizione: se lasciamo che Cristo plasmi il nostro pensare e il nostro sentire, il nostro essere e il nostro agire. Ecco cosa Egli desidera.

La fede non è mai un sottrarre qualcosa: Dio non toglie ma aggiunge, moltiplica in abbondanza. Accade sovente di sentirci più figli di una sottrazione che di una intensificazione del vivere.

Certo, accogliere Cristo non è mai un processo indolore, ma non accoglierlo significa precludersi ogni possibilità di vita.

Accogliere lui è ciò che permette di fare me a misura di Dio, non accoglierlo è fare Dio a mia misura.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. euflam@libero.it ha detto:

    Siamo credenti se vediamo in Cristo il Maestro, l’Autorità, Colui che con i suoi rimproveri ed i suoi “no” ci fa crescere aiutandoci a scappare dal male, a denunciarlo, a chiamarlo col suo vero nome. Questo è lo stile del vero cristiano, del discepolo del Maestro, di chi, per Lui, è disposto ad uscire dal coro.

    eufemia

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