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Quello che a prima vista potrebbe sembrare un titolo per "iniziati" vuol essere, piuttosto, un invito a riconoscere e comprendere che, molto spesso, lo Spirito del Signore – proprio come con Pietro in casa del centurione Cornelio (cfr. At 10,1-44) – ci ha già preceduti nella storia di tanti uomini e donne che con docilità si sono aperti alla sua azione, scoprendo, così, che Dio non fa preferenze di persone. Per questo non spetta a noi porre impedimento a Dio (At 11,17)… Antonio

Parole e parole – Martedì I settimana del T.O.

lc_4_31-37Aveva parlato di un Dio alle porte della vita di ogni uomo (il regno di Dio è vicino) e di una conversione vista non anzitutto come un ravvedersi dei propri peccati quanto di un credere a una buona notizia. Ed eccolo, Gesù, alle prese con un’umanità psichicamente disgregata (e forse non consapevole) mentre, come ogni buon ebreo, si ritrova a frequentare di sabato la sinagoga.

Dovette colpire particolarmente quel suo modo di parlare e di fare, se riuscì a strappare lo stupore dei presenti: Tutti erano stupiti… Finalmente una predica non noiosa, se le sue parole fecero breccia e trovarono consenso.

È vero: non tutte le parole si equivalgono. Ci sono parole e parole. E ciascuno di noi ha una sorta di sensore personale per riconoscerne la differenza.

Ci sono parole vuote portate via dal vento per la loro inconsistenza, ci sono parole leggere che non riescono ad entrare nelle profondità del nostro cuore e perciò scivolano via, ci sono  parole che nascono dal bisogno di primeggiare, ci sono parole che nascono dall’invidia o dalla gelosia, ci sono parole che feriscono più di ogni arma, ci sono parole che promettono e non mantengono, ci sono parole che scatenano reazioni violente, ci sono parole di circostanza.

Non così le parole proferite da Cristo Gesù: tanto diverse da quelle degli scribi le cui parole, pure ortodosse, non accendevano alcun ardore ma dispensavano soltanto una fede rassicurante. Quelle di Gesù sono parole che mentre sono dette rendono manifesta un’esperienza di Dio mai vista prima. Sono parole dette da chi non si limita a indicare una via ma si fa egli stesso compagno di cammino. Sono parole che, se accolte, segnano un prima e un poi. Sono parole che hanno il potere di liberare da tutto ciò che opprime e tiene in schiavitù. Sono parole che proprio mentre indicano la meta che sta davanti, non umiliano il punto di partenza ma invitano a superarlo. Sono parole che rivelano quanto ciascuno di noi sia prezioso agli occhi di Dio e perciò sia preso sul serio. “Sono parole che fanno venir voglia di tirar fuori la parte più preziosa del nostro bagaglio”. Tutti erano stupiti…

Tuttavia, nella sinagoga di Cafarnao, non tardò a farsi sentire il fuori coro, sulle cui labbra troviamo la prima professione di fede nel vangelo di Mc: Io so chi tu sei, il santo di Dio!

A ben pensarci, quelle parole suonano strane: per tanti, Gesù sarà tutto fuorché un uomo di Dio. Come può essere santo chi frequenta i peccatori, chi ha a che fare con pubblicani e prostitute, chi spende parole e attenzioni per dei poco di buono? Santo è colui che agisce escludendo, scrollandosi di dosso esperienze di limite e di impurità. Tra santità e impurità era stabilito un abisso. E, invece, in quella sinagoga l’abisso è colmato perché Dio accetta di sporcarsi le mani. Tutti avevano inteso la santità di Dio come un ideale di perfezione e di non contaminazione, mentre Gesù non ignora il male, non lo rifugge, si confronta con esso, si misura con esso al punto quasi di confondersi. L’uomo della sinagoga non tarderà a protestare: sei venuto a rovinarci?

Quelle parole potrebbero essere messe sulle labbra di tanti lì a Cafarnao: passi che il modo di parlare di Gesù un po’ nuovo potesse affascinare, visto che non rifriggeva le solite cose già note. Ma che bisogno c’era di andare a scomodare uno che probabilmente era una persona dabbene, assiduo frequentatore della sinagoga? Anche se quel mondo paesano poteva risultare mediocre, quale doveva essere il prezzo per sognarne uno migliore? Quella predica iniziata così bene finisce col mandare tutto all’aria. Tutti furono presi da timore…

Del resto, come dar torto alla gente di Cafarnao? È sempre sconcertante prendere coscienza che il male pianta le sue radici ovunque, persino in una sinagoga., persino dentro di me. Chi se l’aspettava che quell’uomo che tutti conoscevano potesse ospitare dentro di sé uno spirito maligno? Eppure, chi può dichiararsi completamente libero dalla contaminazione con il male? Quante volte dietro una parvenza di normalità si cela un vero e proprio inferno!

La parola del vangelo porta sempre alla luce quanto forse vorremmo nascondere: c’è una vera e propria lotta dentro di noi. Alcuni nostri lati oscuri vorrebbero farci prendere le distanze da Gesù: che vuoi da noi? Accade anche a noi di difenderci di fronte alla parola di Dio, come se temessimo che il credito che le potremmo accordare rovini i nostri progetti, i nostri desideri e – perché no? – la nostra tranquillità. Finiamo così per ritenere inopportuna la sua presenza nella nostra vita. Più spesso di quanto immaginiamo rivendichiamo una sorta di zona franca in cui non essere turbati dalla presenza di Dio.

Cafarnao resterà la “patria della tranquilla monotonia del male”, se è vero che un giorno Gesù si lamenterà con parole molto forti. “E tu Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!” (Lc 10,5). Cafarnao è figura di una cittadella arroccata impenetrabile a quel Dio alle porte della sua vita.

Taci. È l’invito a non nascondere il male dietro parole vuote, dietro raggiri linguistici che non mirano ad altro se non a continuare indisturbati. La parola di Dio non identifica mai l’uomo con il male. È questo ad essere messo a tacere: può essere rimosso, infatti, solo ciò che è identificato e chiamato per nome.

Il grido con cui la scena si conclude (straziandolo e gridando forte) ci ricorda che il prezzo della nostra libertà passa sempre attraverso non poche lacerazioni e prese di distanza.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 8, 2018 da in Omelie.
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