Nel mondo – Battesimo del Signore

Ieri, nella celebrazione dell’Epifania, ci siamo fatti accodati alla carovana dei Magi imparando la difficile arte di lasciar parlare ogni cosa della nostra vita, il firmamento come il Libro santo; oggi, siamo chiamati a mettere i passi dietro il Figlio di Dio che, ormai adulto, si inabissa nel fondo della terra nel Giordano, a 400 m sotto il livello del mare.

Davvero singolare come prima apparizione pubblica! Se poi a questo aggiungiamo la stringatezza dell’evangelista Mc nel raccontare ciò che accade sulle rive del Giordano, c’è davvero di che restare sorpresi.

Trent’anni di vita racchiusi in quel “Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. Niente che soddisfi la nostra curiosità, anzi. Eppure, in questo brevissimo versetto, c’è tutta la teologia, c’è il senso di come Gesù intenda manifestare il suo essere uomo e il suo essere Dio.

Da Nazaret. Lì non aveva frequentato altro se non la scuola della vita quella che difficilmente conferisce gradi accademici. Nulla che marcasse la differenza tra il Figli di Dio e i figli dell’uomo se è vero, che a fronte dei prodigi operati da lui, la maggior parte obietterà: “Non è costui il figlio del carpentiere? Da dove mai tanta sapienza?”. La scuola della vita, infatti, non rilascia titoli: essa ti consegna solo la capacità di far fronte a nuovi imprevisti, non già perché ti correda di risposte quanto piuttosto perché ti offre i criteri per attraversare i nuovi guadi. A Nazaret, prima ancora che apprendere un mestiere stando a bottega presso Giuseppe, imparerà a sue spese cosa significa la convivenza con gli uomini. Se vuoi parlare loro devi imparare ad indossare i loro panni, camminare con le loro scarpe; se vuoi far breccia nel loro cuore devi apprendere la loro lingua, devi capire che cos’è che appassiona un uomo e cosa lo angoscia, cosa lo fa vibrare e cosa lo fa arretrare.

Il Dio che viene da Nazaret viene per farsi immergere, è questo il senso del farsi battezzare. Quel gesto era molto più che un rito. Quel gesto, infatti, esprimeva il modo in cui Gesù avrebbe inteso operare: nel segno della condivisione, dal basso, a misura d’uomo senza perdere mai la consapevolezza di essere il Figlio di Dio. Ecco perché è un gesto rivelativo: dice qualcosa dello stesso Dio. Tanto è vero che proprio un tale modo di stare al mondo non tarderà a ricevere l’approvazione del Padre.

A noi verrebbe da concludere che non può essere Dio uno così: per questo il Padre non fa mancare la sua rassicurazione. È proprio lui, altro che. Un Dio che si umilia e che si abbassa esula dal nostro immaginario su di lui. Lo stesso Giovanni, stando a quello che riporta Mt, non esitò ad opporsi a una simile scelta, dopo avergli fatto tutt’altra campagna preparatoria.

Il venire al Giordano per farsi battezzare è il segno evidente del non voler evitare la storia e del non scansare l’umano: vi si immerge per amore e non già per mera curiosità. Non si tratta di un’ultima trovata pastorale come potrebbe accadere a noi. Si è messo sui passi dell’uomo per comprendere attraverso quali vie egli dà credito alla seduzione del male e proprio ripercorrendo il medesimo cammino, poter attestare che l’uomo è in grado di respingere il fascino della seduzione se permane in atteggiamento di fiducia nei confronti del Padre. Ecco cosa significa esprimere la differenza cristiana: assumere un modo differente nella comune compagnia degli uomini, compito a cui abbiamo abdicato non poche volte.

Trano a proposito le parole riportate da l decreto conciliare Apostolicam Actuositatem 13, quando afferma che “l’impegno d’informare dello spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui uno vive, è un compito e un obbligo proprio dei laici, che dagli altri non può mai esser debitamente compiuto”.

Informare dello spirito cristiano ogni situazione: ecco il compito a noi affidato.

Avremmo dovuto capirlo dal prologo della sua esistenza: il Figlio di Dio, nella vita comincia con l’assumere l’aspetto più vulnerabile e questo non già con il rimprovero bensì con la compassione, non con il correre ai ripari ma con la condivisione, non con l’isolamento di chi rivendica speciali prerogative ma con il contatto.

L’acqua sulla testa è memoria di un’appartenenza, è l’armatura mediante la quale affrontare il nemico, è il segno che la disperazione è vinta: Dio in te si compiace.

Non vorrebbe essere questo il nostro battesimo? Non un’etichetta da esibire ma un essere nel mondo – il mondo così com’è – perché esso viva. Essere nel mondo, tema tutto da riprendere a frequentare. Scriverà Bonhoeffer: “Il cristiano… deve assaporare fino in fondo la vita terrena come ha fatto Cristo”.

Un nuovo battezzato non è già un elemento in più da aggiungere all’anagrafe cattolica ma una forza in più perché il mondo corrisponda finalmente a ciò che Dio ha pensato per noi. Tradiremmo il nostro Battesimo se venissimo meno a questo mandato.

Se il nostro battesimo è arrivare ad avere in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5), non si tratta, perciò, di un nuovo rituale ma della decisione di continuare a restare nella storia da figli di Dio. Gesù lo farà a prezzo della sua stessa esistenza, di nuovo scegliendo di entrare in un battesimo, quello della passione e morte.

A salvarci, dunque, non è un gesto rituale ma la disponibilità a cambiare il cuore. Un battesimo (immersione continuata) da perpetuarsi fuori da un tempio, nella vita.

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