Lasciarsi scomodare – Epifania del Signore

È con una certa simpatia che penso ai Magi i quali, ogni anno, ridicono che nessuno di noi è in balia di un cieco destino. C’è un senso nascosto in ogni cosa e ciascuno di noi è chiamato a intraprendere il viaggio verso lo svelamento pieno di questo senso.

Per quanto pochi i dati fornitici da Mt, c’è quanto basta per capire che si sia trattato di persone vere, non paghe di risultati raggiunti, disposte a lasciarsi scomodare. Credo sia l’atteggiamento che più di altri dica che cos’è un uomo e quando si è uomini, quando ci si lascia scomodare, ossia quando si conferisce diritto di parola ad ogni evento, ad ogni intuizione, ad ogni minimo cenno del cuore, quando si riconosce che la vita non è mai lingua morta.

Parlano le stelle e parla il Libro santo, parlano le storie e parlano i volti, parlano i fatti e parlano gli incontri, parlano gli stati d’animo e parlano le passioni, parlano i silenzi e parlano i drammi, parlano le mete raggiunte e parla l’incontro definitivo. In ogni realtà Dio ha come disseminato tracce della sua presenza: a noi il compito di raccogliere le varie tessere che compongono il mosaico così da arrivare a scoprire che solo nel Figlio suo possiamo comprendere fino in fondo chi siamo e a cosa siamo chiamati.

Dio parla, si rivela e lo fa attraverso dei segni da riconoscere e da accogliere. Ai pastori offre il segno della mangiatoia e del bambino avvolto in fasce; ai Magi la stella seguita con tenacia; ai dottori d’Israele la Scrittura.

I Magi hanno lasciato parlare il firmamento, prima, la Scrittura poi, hanno lasciato parlare l’incontro e persino l’ostacolo, il fraintendimento e, addirittura, il fuorviante.

Se non fossero stati capaci d’ascolto, perché mai avrebbero dovuto rinunciare alla loro sapienza e avventurarsi in un viaggio che a molti sarà parso insensato? Perché abbandonare il rispetto che forse era loro tributato nella loro terra e correre il rischio di un viaggio che sembrava quasi togliere la loro dignità?

Di che cosa sono figura i Magi e quale provocazione rappresenta per noi la loro vicenda? Forse, come noi, sapevano tante cose eppure mancava loro l’essenziale, ovvero il senso delle cose che pure conoscevano. Non ci manca la competenza, ci manca la sapienza come capacità di gustare ciò di cui siamo esperti, la capacità di non fermarci alle analisi ma di cogliere i processi. Non ci manca la conoscenza, ci manca l’intelligenza come capacità di leggere dentro, oltre, di cogliere lo spessore delle cose e delle situazioni. Non ci manca la possibilità di calcolare, ci manca quella di far fronte al rischio.

Forse, come noi, anch’essi si misuravano con persone ripiegate nel banale, nell’epidermico, nell’inconsistente e per questo desideravano con tutte le forze qualcosa di più solido a cui ancorare la loro storia.

Quale segno è dato a noi? E se esso fosse proprio quella profonda insoddisfazione che ci ritroviamo nel nostro cuore nonostante il raggiungimento di non pochi obiettivi? Forse la stella chiamata a guidarci lungo il cammino è proprio l’inquietudine depositata al fondo di ogni esperienza che mentre ci seduce ci lascia un senso di vuoto altrimenti incolmabile.

È dietro l’angolo il pericolo di ripiegarci su di noi o perché illusi dalle nostre sicurezze come i dottori di Gerusalemme o perché paurosi, come Erode, che il Signore venga a toglierci il comodo scranno su cui vorremmo dominare incontrastati.

Dio non cessa di rischiarare il nostro buio con una stella ma perché essa possa splendere e guidarci dove il Signore vuole condurci, è necessaria la volontà di lasciarsi scomodare e la tenacia della ricerca che non cede allo scoraggiamento. Si lascia scomodare chi ha l’umiltà di confessare l’esiguità delle sue risorse e l’inconsistenza di tanti traguardi pure lodevoli.

Che cos’è che portiamo qui quest’oggi? Forse non oro, incenso e mirra ma solo la povertà di chi è ricco di tutto ma è privo di gioia.

Eppure il Signore è venuto proprio per chi non temerà di dare un nome alla sua povertà: non si spiegherebbe altrimenti l’incontro con Zaccheo come con la Samaritana, con l’adultera come con il lebbroso o con il ladrone dell’ultima ora.

“Fatti capacità e io mi farò torrente”, ripeté il Signore a S. Angela da Foligno.

 

Si racconta che la Notte Santa – quando gli angeli cantavano il “Gloria” nel cielo e annunciavano la Buona Notizia sulla terra – anche un povero pastore ricevette l’invito a recarsi a Betlemme. Era un povero pastore, anzi il più povero di tutti!

Ogni pastore aveva trovato qualcosa da portare in dono: chi un agnello, chi una focaccia, chi del pecorino, chi un indumento di lana ben calda… lui, il più povero, non aveva trovato proprio nulla. Tanto che diceva tra sé: “Non ho proprio nulla: non posso andare a Betlemme. Infatti, cosa porterei?”

Così pensava e così fece presente a quanti insistevano perché si unisse alla loro comitiva. Ma tanto dissero e tanto fecero che lo trascinarono insieme a loro.

Durante il viaggio non riuscì a pensare niente e camminava quasi tranquillo. Ma quando fu nel riparo per le bestie dove appunto era il Bambino con Maria e Giuseppe, fu preso dall’emozione… Ecco avanzavano gli altri e offrono i loro doni… e Maria, la madre del Bambino, si dispone a ricevere i regali… ma ha il Bambino tra le braccia: come fare?

Guarda attorno e, come scorge il povero pastore, il più povero di tutti, e le sue mani vuote, lo chiama a sé, china il capo sorridente e gli adagia il Bambino tra le braccia!

Solo in quel momento il pastore capì che per poter accogliere quel Bambino bisognava avere le mani vuote!

 

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