A passo d’uomo – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

A dispetto di un certo nostro modo di accostare la famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe come una realtà immobile perché perfetta, sacra perché esente preoccupazioni e problemi la liturgia della Parola ci consegna, invece, tutt’altra chiave di lettura. Ci presenta, infatti, una realtà in continuo movimento, una famiglia dinamica, attraversata persino da ombre fitte attraversate solo grazie alla tenue luce della promessa di Dio.

Quando Dio ha scelto quella coppia come il nucleo all’interno del quale farsi uomo, ha scelto pure un vero e proprio apprendistato. È cresciuto a passo d’uomo, proprio come ognuno di noi: “il bambino cresceva e si fortificava” (Lc 2,40). Non già un uomo bell’e fatto.

Si è trovato un nome imposto da altri, ha abitato in un luogo, ha fatto sua una lingua, ha intessuto relazioni, ha respirato un certo clima, ha appreso certi accenti, ha conosciuto certe tonalità relazionali, ha imparato a pregare, ha appreso un lavoro.

Il tempo vissuto da Gesù a Nazaret è un tempo lunghissimo e guai a ridurlo (trent’anni circa): snatureremmo il vangelo e il senso stesso dell’incarnazione. Per tutto il tempo trascorso con i suoi, egli ha assimilato come vive e come muore un uomo, come gioisce e come soffre, come si dispera per il lavoro e come si entusiasma per i traguardi di un figlio, come piange per le ferite ricevute e come è capace di compassione per chi talvolta resta tramortito sul ciglio della strada.

Per questo abbiamo bisogno di non distogliere lo sguardo da come il vangelo ci presenta la dinamica familiare di Gesù, Maria e Giuseppe, perché altrimenti finiamo per racchiudere il vangelo in un gergo religioso che non incrocia mai le nostre esistenze. Gesù ha potuto rivelare il mistero santo di Dio con un’autorità senza eguali (“mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo”, come riconosceranno i suoi stessi oppositori in Gv 7,46) proprio perché non ha mai preso le distanze dalle avventure e dalle fatiche dei suoi contemporanei. A passo d’uomo e senza sconti, egli che pure era Figlio di Dio.

Di certo, da Maria e Giuseppe ha appreso la difficile arte del non sentirsi arrivati: una coppia per nulla al riparo, sebbene fossero il padre e la madre di Gesù. Non si spiegherebbe altrimenti il suo mutare prospettiva di fronte alla donna che riconoscerà un diritto di primogenitura dei figli ma gli dirà di non dimenticarsi di lasciar cadere del cibo anche per i cagnolini.

Chi più di Maria e Giuseppe ha dovuto continuamente stare in cammino ora per sottoporsi a un editto imperiale ora per adempiere quanto prescriveva la legge mosaica? E che cos’è la fede se non la capacità di dare credito a Dio uscendo, partendo, fidandosi e accogliendo? Colui che era Dio ha dovuto imparare ad essere uomo e Maria e Giuseppe hanno dovuto apprendere l’arte di crescere insieme a lui.

Chi più di loro ha dovuto imparare la differenza che intercorre tra vivere ed esistere? Se per vivere basta essere generati uscendo dal grembo materno, per esistere bisogna accettare di essere continuamente messi alla luce da eventi e situazioni. Io vivo o esisto?

Chi più di loro ha dovuto apprendere proprio dal Figlio cosa volesse dire far sì che la propria identità fosse ancora, di nuovo da generare? Non dovrà forse un giorno misurarsi con un diverso modo di esercitare la sua maternità quando si sentirà dire dal Figlio: “Chi è mia madre?… Chi compie la volontà del Padre mio questi è per me fratello, sorella e madre” (Mc 3,33-34). Non dovrà nuovamente accettare di rivedere il suo essere madre allorquando ai piedi della croce si sentirà consegnare un nuovo figlio? Forse che si improvvisa una tale disponibilità ad accogliere senza un previo acconsentire a stare in cammino proprio come era accaduto ad Abramo e Sara e a Simeone ed Anna?

Da essi e dalle parole di Simeone dovrà apprendere persino cosa significa la dimensione del rifiuto nella sua esistenza.

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