Qualcosa di più grande – Prepararsi alla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

sacra famiglia2C’è qualcosa di più grande…

Capita a tutti di misurarsi con situazioni che hanno tutto il carattere dell’imprevedibilità e – perché no? – addirittura della tristezza e della sfiducia, della delusione amara e risentita.

Capita sovente di doversi accontentare di scampoli – e il riferimento non è soltanto a una situazione economica precaria – che sembrano attestare come la nostra vicenda umana non abbia nulla di plausibile.

Che senso ha avere una ricompensa – protesta Abramo – quando non si dispone di una discendenza?

Ha senso avere delle ricchezze quando poi non porti nulla con te nella tua morte?

Ha senso possedere dei beni se dovrai lasciarli al tuo servo e non al figlio che non hai avuto?

Ha senso abbandonare una terra, una lingua, una cultura, delle tradizioni quando sei destinato ad uscire dalla scena della vita senza lasciare nessuna traccia del tuo passaggio?

Come sentiamo nostra la delusione e la protesta di Abramo, il quale, proprio mentre sta per uscire di scena sembra aver smarrito il senso del suo esservi entrato! “Tu non mi hai dato una discendenza!” (Gn 15,3). E come se non bastasse, ha senso che quando hai ottenuto ciò che desideravi più di ogni altra cosa, ti venga addirittura chiesto di privartene?

Tuttavia, proprio la vicenda di Abramo ci ricorda che è inutile manifestare il proprio disappunto nei confronti di Dio: Abramo – e ogni credente dopo di lui – deve imparare a fidarsi fino in fondo fuori da ogni sicurezza umana e fuori da ogni rilevazione dei fatti. Deve imparare che Dio è fedele: poco importa il quando si realizzerà ciò che egli ha promesso. La sua vicenda, come quella di Maria e Giuseppe, ci aiuta a non assolutizzare mai il tramite attraverso cui si compie l’opera di Dio: nell’istante in cui credi di averne il possesso geloso ed esclusivo, esso ti sfugge di mano. È l’esercizio più difficile da compiere il lasciar andare, l’offrire, il non trattenere, convinti come siamo che la vita la si salva preservandola e mettendola al riparo.

È vero: certe situazioni, se non sono lette dalla prospettiva della fede, conservano tutto il loro carattere di paradossalità. Si realizza, perciò, quello che Gesù ripeterà a Marta un giorno: “Se credi, vedrai…”. E quel “se” a fare la differenza. Può forse una coppia anziana e sterile avere ancora un figlio? Può una ragazza concepire senza concorso umano? Tanto nel primo caso quanto nel secondo, proprio l’essersi fidati da parte di Abramo e Sara come da parte di Maria e Giuseppe, ha marcato il compiersi di ciò che il Signore aveva annunciato.

La vicenda di Abramo e Sara e quella di Maria e Giuseppe ci ricordano che l’opera di Dio si compie attraverso un cuore che si apre alle sue indicazioni, costi quello che costi. Dio non crea una storia parallela: il suo progetto passa attraverso l’umanissimo tessuto delle nostre relazioni e delle nostre vicende senza perdere mai di vista che il dono di Dio – Isacco, Gesù, i figli – non è un patrimonio da amministrare in modo autonomo. Esso resta una ricchezza che ci è affidata ma non ci appartiene. Isacco e Gesù diventano per Abramo e Sara e per Maria e Giuseppe un invito a stare in un permanente itinerario di fede. Proprio essi diventano lo sprone perché anche nei momenti della smentita, non perdano mai di vista che Dio “può far risorgere anche dai morti” (Eb 12,19).

Che cos’è che caratterizza un vero itinerario di fede? L’obbedienza alle leggi del Signore, alla sua Parola e al suo progetto e nella capacità di attenderne il compimento, come ci ricordano Simeone e Anna. Imparare a far dipendere la propria storia non da un calcolo di probabilità o da espedienti più o meno leciti, ma da ciò che il Signore continuamente suggerisce e propone. Imparare a compiere ciò che Dio chiede, attendendo che Dio operi quello che Dio ha promesso. Nulla accade se restiamo nel chiuso delle nostre piccole certezze: Abramo e Sara devono lasciare Ur dei Caldei e avventurarsi senza neppure sapere verso dove; Maria e Giuseppe devono lasciare la loro terra e portare quel figlio a Gerusalemme dove la svolta per la storia dell’umanità si compirà proprio attraverso il dono della sua vita. Possibile?

Proprio la disponibilità a stare in cammino dice che la vita non coincide con ciò che di essa puoi aver intuito ma con ciò che Dio ancora ti chiama ad assumere. Se è vero che abbiamo ricevuto il dono della vita, sta a noi scegliere di esistere: esistere, infatti, ha a che fare con il venir fuori, il venire alla luce rispondendo a un appello, riconoscere, appunto, che c’è qualcosa di più grande di quello che sto vivendo.

Ascolto e offerta sono i due binari sui quali si snoda una vita di fede, un ascolto colmo di fiducia e un’offerta che esprime la consapevolezza di essere protagonisti di qualcosa che sempre ci supera e che, tuttavia, si compie anche attraverso di noi.

Ascolto e offerta non sono forse i due ingredienti di cui più necessitano i nostri nuclei familiari? Ascolto dell’altro e disponibilità a sacrificarsi per lui.

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