A Dio va bene il mio abito – Natale del Signore

Da un po’ di anni a questa parte – di certo per l’età che avanza e non già per chissà quale maturità della mia fede – vivo con un certo disagio i luoghi comuni con cui, in questo periodo dell’anno più che in altre circostanze, si finisce per accostare il mistero santo di Dio come se fosse un prodotto delle nostre mani e, perciò, disponibile a seconda di chi lo maneggia in un certo modo o meno. Dio visto come l’approdo naturale di un certo tipo di percorso e non già come dono sorgivo che, semmai, favorisce percorsi nuovi.

Insieme al disagio, però, lo stupore, la meraviglia nei confronti di un Dio che, a dispetto, delle nostre teorizzazioni se sarà o meno Natale e se lo sarà secondo i suoi desideri, egli non cessa di indossare il mio abito, di certo stretto per lui, eppure quanto mai da lui desiderato. Quasi un’operazione a rovescio di quello che facevamo noi da piccoli quando indossavamo la giacca del papà più grande di noi di non poche taglie o camminavamo compiaciuti e col sorriso sulle labbra nelle scarpe di mamma anche a rischio di cadere. Ecco, me lo immagino così, col sorriso sulle labbra e compiaciuto. Per quanto stretto il mio abito, egli gode a stare con me, con noi. A Dio va bene il mio abito…

“Sono stato con te dovunque sei andato”, dichiarò un giorno al re Davide che avrebbe voluto definire luoghi e tempi di un Dio da cercare all’occorrenza piuttosto che averlo compagno fedele dei passi del proprio vagare.

L’inaudito di questo giorno non è soltanto che Dio si faccia carne come me, ma che Dio si comprometta definitivamente con gli aspetti di me più vulnerabili. Tutto ciò che in me dice fragilità, debolezza, senso del limite, dal momento che persino Dio lo assume mentre si riveste della mia umanità, ci invita a leggere queste esperienze non già come una maledizione da cui prendere le distanze ma come luoghi cardine per una diversa comprensione di sé, della vita, delle relazioni. Il modo in cui si compie il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, perciò, non è meno importante del fatto stesso.

Ecco il paradosso cristiano, come soleva ripetere Kierkegaard, che cioè “il Verbo si è fatto carne”. Proprio colui da cui abbiamo la vita perché in lui era la luce, proprio lui ha scelto di particolarizzarsi e di mescolarsi con la trama intricata delle nostre vicende personali.

“Quod non assumptum, non redemptum” (S. Gregorio Nazianzeno): perché l’uomo intero potesse essere salvato, l’intera umanità (non soltanto una parte di essa, magari quella più plausibile) doveva essere assunta.

Proprio il suo compromettersi con noi, a chi vorrebbe trascendersi elevandosi e prendendo le distanze dall’umano, viene a ricordare che ci si trascende abbassandosi, assumendo, condividendo. Quello che per noi era un ostacolo, grazie all’’Incarnazione del Figlio di Dio, non lo è più. L’umano, per Dio non è stato un incidente di percorso di cui avrebbe fatto volentieri a meno: ha scelto di farlo suo con una decisione irrevocabile. Proprio questo fatto restituisce una luce nuova alla nostra tenebra, al nostro pessimismo rancoroso e alle nostre lamentele risentite.

L’umano è di nuovo da assumere se vogliamo che conosca la pienezza secondo la quale esso è stato pensato e voluto: proprio come Dio che sceglie di abitare una storia che da una parte ha un estremo bisogno di lui, dall’altra gli resiste.

Assumere l’umano significa restare fedeli alle persone, guardarle sempre con speranza anche quando, forse, ci restituiscono lo sguardo della sufficienza.

Assumere l’umano significa circoscriversi nel qui e ora della propria personale vicenda riconoscendola come terra santa da calpestare a piedi nudi.

Assumere l’umano significa resistere al canto delle sirene che prospettano soluzioni facili o chiedono di assumere la vita come viene.

Assumere l’umano significa attraversare con l’alfabeto dell’amore le ore della solitudine, dell’amarezza e del dolore. Conosciamo, infatti, molto bene il fascino che esercita pure su di noi l’alfabeto dell’indifferenza, dell’arroganza, l’istintività dei sentimenti o delle reazioni.

Assumere l’umano significa non vivere arroccati, non rinchiudersi in uno spiritualismo che privilegia una dimensione intima e privata della relazione con il Signore invece che accettare di essere lievito che fermenta nella misura in cui scompare.

Assumere l’umano significa benedire il Signore per il tempo in cui ci è toccato vivere, amare la vita con le sue danze come con i suoi gemiti.

Assumere l’umano significa fare la nostra la fatica tenace e mai infeconda di “rinnovarci nello spirito della nostra mente e rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,23).

Dio vive così il suo Natale, diventando uomo. Tu come vuoi vivere il tuo farti uomo?

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