Il giusto sentire di sé – III di Avvento

A scuola di identità: è qui che ci conduce la ricca liturgia di questa III domenica di Avvento.

Chi sei?

Di certo doveva incuriosire non poco quell’uomo, se tanti accorrevano per farsi battezzare e alcuni per scrutare il mistero di una figura non immediatamente circoscrivibile in categorie comuni. Proprio il suo ritrarsi nel deserto aveva finito per suscitare in alcuni il desiderio di un rinnovamento, in molti il bisogno di capire. E così il luogo dell’anonimato per eccellenza, il deserto, proprio perché luogo di verità (non ci si addentra con i fronzoli ma solo con l’essenziale) diventa per tanti motivo di domanda, di curiosità.

Chi sei?

È la domanda che in genere poniamo a qualcuno o quando non lo riconosciamo o quando ciò che di lui cogliamo ci spiazza costringendoci a rivisitare approcci e pensieri. Molto più spesso è la domanda che tradisce la paura che ci attraversa e il bisogno di essere rassicurati.

Certo, Giovanni avrebbe potuto approfittare dell’aspettativa del momento: non poteva essere colui che la storia attendeva da secoli? L’accorrere delle folle poteva farlo sentire Dio, invece no. Egli conserva quello che Paolo definirà “il giusto sentire di sé”.

“Non sono”.

A volte basta nulla per tirare lo sgambetto e ritrovarsi in posizioni che di per sé non ci appartengono. Giovanni, però, non appartiene a una tale categoria di persone: per quanto rude nei modi ed essenziale nel cibo e nell’abbigliamento, non svende la signorilità di chi sa qual è il suo posto nella storia e per questo non si pone sopra le righe delle sue potenzialità effettive. Giovanni non svende la sua personalità così da diventare personaggio sull’onda di aspettative altrui. Non bisogna mica essere equiparabili a un modello – foss’anche Elia o un altro profeta – per essere se stessi al mondo. Già: proprio questo è il problema, essere se stessi, esserne consapevoli, anzitutto, e poi stare al proprio posto.

Per nulla al mondo Giovanni avrebbe rinunciato ad avere la giusta considerazione di sé, quella di essere un apripista, uno capace di gioire solo del fatto di essere stato ritenuto utile alla realizzazione di ciò che Dio pensa per la sorte di ogni uomo. Ti sembra poco? Essere l’anello di quella catena che permette a tanti di attingere all’unico che può svelare pienamente chi siamo se è vero che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS 22).

Chi sei?

Voce…, ossia qualcosa che necessita di essere riconosciuto e accolto nel caos di mille interferenze.

Voce, qualcosa che mentre esercita ciò che è già è passata, esile quindi, a rischio di affievolirsi e di essere addirittura impercettibile.

Voce, ossia un compito a termine.

A Giovanni bastava questo: essere voce di un altro che è invece è la parola. Per quanto la voce sia destinata a passare, non è forse vero che molte volte certe parole restano solo grazie alla voce che le ha pronunciate? Credereste alla parola dell’amore detta da una voce che incute timore o che tradisce rabbia, rancore?

Più avanti, l’evangelista Gv non tarderà a riportare che “due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,37). C’è voce e voce: c’è quella che è solo un insieme di suoni e c’è quella che riesce a restituire toni e colori alla parola. La voce fa la differenza: molto spesso, infatti, lascia intendere più di quello che la parola indicherà perché apre orizzonti di senso altrimenti impensabili. L’uomo mandato da Dio lo riconosci dalla voce, anzitutto, la voce che ti aiuta a scoprire il modo in cui Dio si manifesta nella tua esistenza proprio mentre concluderesti che egli non c’è. Proprio la voce è parte integrante della consapevolezza che hai di te.

Chi sei?

È la domanda che è posta a me, a ciascuno di noi. Cosa pensi di te stesso? A partire da chi, da cosa ti definisci e ti identifichi? Un ruolo? Un titolo? Un grado? Non ti accada di sentirti chissà chi mentre sai quello che sei in realtà. A noi tentati di aggiungere al nostro nome un titolo che esalti la nostra identità tanto da indentificarci con il ruolo, Giovanni, l’antinarciso, insegna l’arte della sottrazione: “io non sono”.

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