Occhi nuovi – S. Lucia

La festa di S. Lucia evoca il nostro bisogno di vedere, di non conoscere l’esperienza della cecità. Noi, infatti, la invochiamo come patrona della vista degli occhi.

Tuttavia, mi pare, abbiamo bisogno di chiedere la sua intercessione per un altro tipo di cecità di cui siamo affetti un po’ tutti. Ci mancano, infatti, occhi nuovi. Siamo convinti di vedere ma in realtà siamo ciechi. Magari foste ciechi, ripeterà Gesù ai farisei. Ma siccome dite di vedere il vostro peccato rimane (Gv 9,41).

Ci acceca l’invidia, la superbia, l’odio. Non abbiamo occhi per vedere chi, magari, alla porta di casa nostra o, nella nostra stessa casa, attende il gesto di un’attenzione: la cecità provocata dal nostro egoismo ci fa stare a contatto con non poche situazioni di disagio senza sentirci interpellati.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi che guardino le cose e le persone nella giusta luce: lo sguardo impuro finisce per idolatrare o disprezzare ciò che invece va accostato con rispetto e venerazione.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di guardare lontano: oltre la sofferenza che ci affligge, oltre il dolore che ci metta alla prova, oltre il fallimento che ci umilia, oltre la morte che ci fa credere che nulla abbia più la luce di un senso.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di valutare con sapienza i beni della terra nella continua ricerca dei beni del cielo.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di stupore davanti alle meraviglie che la misericordia di Dio suscita continuamente.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi che si lascino purificare dal pianto.

Gli occhi di Lucia sono occhi luminosi per la fede, radiosi per la santità, sono occhi impavidi nel martirio, occhi limpidi nella verginità e amorevoli nell’attenzione ai poveri.

Lucia ci attesta che chi accoglie nella sua vita il Signore Gesù non cammina nelle tenebre ma ha la luce della vita (Gv 8,12).

Abbiamo bisogno di occhi capaci di vedere oltre le apparenze. Non è forse la fede che ci permette di non fermarci a una lettura superficiale di situazioni e di persone, mentre in tutto riconosce un segno della presenza di Dio?

Gli occhi della fede sono quelli che ci consentono di riconoscere come il disegno di Dio si manifesti attraverso le vicende anche contorte della nostra storia personale e attraverso gli incontri personali che sempre ci interpellano.

Gli occhi della fede sono gli occhi di chi prova a guardare tutto con lo stesso sguardo di Dio.

Gli occhi della fede sono gli occhi che ci permettono di

  • guardare in alto, non per evadere dal qui e ora della nostra storia ma per non perdere la consapevolezza della nostra metà. Attraverso la contemplazione di ciò che ci attende, comprendiamo meglio il senso e il compito del nostro essere al mondo;
  • guardare dentro di sé per riconoscere che Dio ha scelto di porre la sua dimora in noi. “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nel cuore dell’uomo abita la Verità” (S. Agostino);
  • guardare attorno a sé per uscire da quella spirale di egoismo che ci impedisce di guardare gli altri con occhi benevoli e diventare, così, strumenti di comunione;
  • guardare indietro, leggere la propria storia nel segno di una benedizione e intravedere i tanti segni di un amore che sempre ha accompagnato e custodito i nostri passi;
  • guardare avanti, riconoscendo che l’ultima parola non spetta a noi e neppure a ciò che di lieto o triste possiamo vivere in questo frangente. L’ultima parola spetta a Dio.

Guardare alla fortezza di Lucia significa assumere la dimensione del martirio quotidiano, quello che si esprime nella fedeltà al vangelo in ogni circostanza, piccola o grande. Stare nelle relazioni con fortezza non vuol dire usare il linguaggio dell’arroganza o della sopraffazione bensì quello della mitezza. Forte, infatti, non è chi vuole dominare gli altri ma chi riesce a dominare se stesso, chi accetta i tempi dell’attesa e, talvolta, anche quelli della rinuncia. È la fortezza che ci permette di assumere non le scelte più comode ma quelle più giuste.

Forse ci verrà risparmiato il martirio cruento ma non poche volte conosciamo un altro martirio, di certo più subdolo e raffinato ma non per questo meno logorante, quando si vuole attestare la fecondità del vivere secondo il vangelo. C’è un martirio nell’amare chi non ci ama, nel collaborare con chi non ci accetta, nel perdonare chi ci ha fatto del male. Proprio come ha fatto il Signore Gesù. Proprio come ha fatto Lucia.

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