Vegliate (Mc 13,33-37) – Lectio I domenica di Avvento

Contesto

Il brano con cui ci introduciamo nella celebrazione dell’Avvento ha poco di natalizio, anzi. Le parole che ci immettono in questo nuovo tempo sono tratte da ciò che Gesù dice alla vigilia della sua passione. Per questo, il brano in questione non è solo una degna introduzione all’Avvento ma è uno punto prospettico da cui rileggere la vicenda di Gesù così da individuare in che modo egli è entrato nel momento più difficile della sua esistenza.

Si tratta del discorso escatologico di Mc che occupa tutto il cap. 13 di cui noi ascoltiamo l’ultima parte. Mc (l’evangelista che ci accompagnerà per tutto il prossimo anno liturgico) mette sulle labbra di Gesù un pressante invito a vivere il momento presente. Chiamati ad attendere il ritorno del Signore, i credenti vivono l’attesa non prendendo le distanze dal reale ma vivendolo fino in fondo. Cosa vuol dire un simile invito alla vigilia della passione? È l’invito che Mc rivolge alla sua comunità perché sappia affrontare le proprie crisi come Gesù affronta la sua passione.

Gesù aveva parlato della imminente distruzione del tempio e i discepoli non avevano tardato a chiedere incuriositi quando sarebbe accaduta una cosa simile e quale sarebbe stato il segno. Ai discepoli preoccupati del quando Gesù chiede di spostare l’attenzione sulla sua persona: non devono lasciarsi distrarre né dalla distruzione del tempio né dalla eventuale persecuzione e neppure da segni cosmici. Lo sguardo del discepolo è chiamato a non distogliere gli occhi dal Maestro, anche nei giorni della sua assenza. È lui il segno, un segno povero, addirittura sconfessato, non riconosciuto, come accadrà nella passione e morte. Devono passare dal quando al chi. Se l’attenzione è fissa su di lui, il discepolo diventerà capace del suo stesso atteggiamento di fiducia. A dare significato e spessore a ogni istante della nostra vita è proprio il rapporto con il Padre: se questa è la realtà fondante, poco importa cosa accadrà d’ora in avanti. “Se tu sei con me, non temo alcun male” (Sal 22).

Testo

Il testo è come racchiuso dal verbo “vegliare”, che troviamo all’inizio e alla fine.

Fate attenzione: quattro volte su otto, questo comando è riportato nel cap. 13.

Mc lo ha già usato in 8,18 quando ha riportato la profezia di Ger 5,21 dove, a proposito di Israele, è detto che ha occhi ma non vede, ha orecchie ma non sente.

Sulle labbra di Gesù, perciò, fare attenzione è ben più che il semplice guardare: gli occhi vanno usati, certo, ma coltivando un atteggiamento di ascolto così da sapersi orientare mentre le cose accadono. L’attenzione è molto di più del guardare, implica un coinvolgimento dell’intera persona.

Siamo poco abituati agli imperativi di Gesù che solitamente si rivolge col “se vuoi”. Qui, invece, è perentorio.

Vigilate, cioè custodire voi stessi in modo cosciente come quando ci si trova di fronte a qualcosa di imminente che non permette stanchezze e distrazioni. Addormentarsi o perdere coscienza equivarrebbe a perdersi tra le vicende del mondo.

Gesù sta per andarsene ed è preoccupato per noi: sa, infatti, quanto la debolezza che ci connota potrebbe farci smarrire la vigilanza, ossia la consapevolezza di ciò che Dio ha compiuto per noi tramite il Figlio suo e di ciò che sta per compiere nel mistero pasquale. Dio è sempre all’opera: egli continuamente sorprende l’uomo indipendentemente dalla sua attesa: “voi non sapete quando è il momento…” (v.33) “voi non sapete quando il padrone di casa tornerà” (v.35).

“Non sapete”

Non poche volte ci sfugge il senso di tante cose come in quel momento ai discepoli sfuggiva quello che sarebbe accaduto a Gesù e anche a loro. Queste parole sulle labbra di Gesù traducono realisticamente la nostra condizione. Quanta fatica per giungere alla consapevolezza di eventi e di situazioni. Accogliere il Vangelo, misurarci con ciò che il Signore ci annuncia è ciò che ci permette di leggere in profondità e di non nasconderci dietro certe paure. Quando questo non accade, la nostra esistenza è lasciata in balia dei nostri bisogni o, talvolta, della volontà di qualcun altro o delle circostanze in cui ci troviamo. Non è forse vero che possiamo dire di essere ciò che altri fanno di noi?

“Alla sera o a mezzanotte…”

Come non riconoscere in queste parole i quattro momenti di ciò che di lì a poco accadrà?

La sera, l’ultima cena, durante la quale Gesù annuncia la prova che si abbatterà su tutti; la mezzanotte, la veglia drammatica nel Getsemani e il sonno dei discepoli; il canto del gallo e il rinnegamento di Pietro; il mattino, quando Gesù sarà consegnato a Pilato nell’abbandono di tutti e nell’assenza di chi si era detto pronto a morire con lui.

Come vivere in questo “frattempo”?

Come i servi della parabola: a ciascuno è stato affidato un compito (a me quale?) e al portiere quello di vegliare. Il “frattempo”, infatti, è caratterizzato da un uomo che parte per un viaggio (da non dimenticare che siamo alla vigilia della passione), ma prima di partire affida la propria casa a chi avrà la responsabilità di custodirla e gestirla in sua vece. Il padrone, infatti, non lascia in consegna solo beni e sostanze. Fa molto di più: conferisce loro il suo stesso “potere”, la sua stessa autorità. Per questo essi dovranno discernere continuamente come amministrare ogni cosa secondo lo spirito del padrone di casa.

Perché vegliare?

Perché nessuno conosce l’ora del ritorno del padrone di casa. Proprio il fatto di non conoscere questo momento ci ricorda qualcosa che spesso dimentichiamo: la nostra esistenza è un vero e proprio mistero, qualcosa che molto spesso ci sfugge di mano. Proprio la vigilanza è la capacità di stare a contatto con la nostra dimensione di creature che attendono il loro compimento nell’incontro con Colui che ha promesso che ritornerà.

Si vigila non solo per amministrare dei beni ma per essere all’altezza dell’autorità conferita. È un po’ quello che nel vangelo di Gv è detto con altre parole: “Io faccio sempre ciò che ho visto fare dal Padre” (8,29).

Propri di chi vigila sono gli occhi aperti, gli occhi capaci di scrutare nel buio della notte (non è forse questa la fede?) così da intercettare i segni della sua venuta.

Chi sa di essere fatto per quell’incontro conferisce ad ogni cosa il suo giusto peso senza lasciarsi travolgere dal qui e ora con i suoi ritmi incalzanti.

Chi è capace di vigilanza trasforma ogni kronos in kairos: il tempo più banale come quello più insensato affidano al discepolo un compito ben preciso. Sta a lui discernere quale.

 Come si vigila?

Mc, a differenza di Mt, non dice come vigilare, se con la preghiera, con il silenzio, con gesti di carità. Vigilare e basta. Per questo ogni credente deve chiedersi cosa possa significare per lui vigilare e come vigilare.

  • Intraprendere il viaggio verso le profondità del nostro cuore dove nascono pensieri e sentimenti e dove si agitano passioni ed ansie permettendo al Padre di generare l’uomo nuovo così come egli lo ha pensato. Tale processo è ancora tutto da compiere.
  • Age quod agis: sii presente al tuo presente, esso è l’unico tempo che ti è dato ed è da vivere con responsabilità.
  • Non perdere di vista il ritorno del Signore: gli occhi vanno allenati a saper intercettare il benché minimo segno così da riconoscere i germi di vita nascosti nell’inverno della morte.
  • Creare in noi stessi uno spazio interiore che ci faccia attendere il solo che merita essere atteso.
  • Diventare noi stessi segni del regno che viene: il primo ambito in cui siamo chiamati ad essere segno per altro è quello delle nostre relazioni da improntare a mitezza e dolcezza.

 La conversione

È l’altra faccia della vigilanza. Per restare orientati verso colui che deve arrivare, è necessario prendere le distanze da ciò che potrebbe distoglierci e distrarci. Il discepolo, infatti, non attende la scadenza di un appuntamento ma l’arrivo di una persona, anzi, di chi è il proprietario di tutto ciò di cui disponi.

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