Nel frattempo – Per prepararsi alla I Domenica di Avvento

vegliateSi ricomincia. Dio degli inizi, Dio dei cominciamenti è il nostro. Dio delle opportunità rinnovate. E noi ci scopriamo eterni ricomincianti con il nostro Dio.

Inizia, infatti, un nuovo anno liturgico che accogliamo con stupore e riconoscenza perché Dio non si è ancora stancato di noi concedendoci “ancora un anno” (Lc 13,8). Un anno, del tempo cioè per imparare a riconoscere la larghezza del suo cuore e la generosità del suo perdono. Un anno, del tempo per apprendere la fiducia di Dio. Proprio di fiducia, infatti, parla Mc quando annuncia che prima della sua partenza il Signore ha affidato a ciascuno il suo compito. Dunque anche a me. Un compito per realizzare il quale mi è stato dato anche un potere, cioè un’energia, una forza, una capacità. La vita tutta come occasione per far germogliare la fiducia accordata. Quale consapevolezza mi abita della fiducia a me accordata e del compito e dell’energia a me affidati? Anche Dio dunque vive di attesa: quella di vedere esercitata la cura nei confronti dei beni a noi consegnati.

E l’anno liturgico comincia sempre con l’Avvento… quando cioè a tema è l’attesa, non quella del Natale ma quella del suo ritorno. Tornerà, certo, alla fine della storia e non per il rendiconto ma per portare a compimento, per accordare ulteriore fiducia, maggiorata stavolta. Tornerà per rovesciare le parti: per farci mettere a tavola e per passare lui stesso a servirci (Lc 12,37). Bella l’immagine di un Dio che aumenta il credito di fiducia e che si fa servo di esistenze spese a favore di altri. Immagine di quelle che ti seducono.

Ma c’è un tornare di Dio già ora già qui: non sai se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino. Non immediatamente riconoscibile questo ritorno perché non nel segno dell’evidenza manifesta. Di lì a poco i discepoli faranno fatica a riconoscere un Dio presente in quelle ore durante le quali Gesù verrà consegnato a una sorte ignominiosa.

Se non c’è, dunque, un momento preciso, già fissato, per il ritorno del Signore, vuol dire che ogni istante conta, non esiste un tempo irrilevante. Il mentre ha la stessa rilevanza del compimento. E quella che per noi è soltanto una successione cronologica, per Dio è una precisa occasione di salvezza e di misericordia. L’atteso, infatti, è già tornato più e più volte. Torna nell’uomo, come ci ricordava domenica scorsa il brano di Mt. Torna incessantemente e instancabilmente anche in un tempo che noi uomini di Chiesa continuiamo a definire secolarizzato. Quasi non abbia nulla a che fare con Dio. E ci sbagliamo di brutto. Per questo l’Avvento non è tempo di preparazione all’Incarnazione – dal momento che egli si è già fatto uomo – ma tempo per prepararsi a riconoscere le sembianze sotto le quali egli fa ritorno.

Che bello che la liturgia non ci ponga subito di fronte al compimento! A voler dire che essa conferisce diritto di parola all’intravedere, all’intuire, al percorso non meno che alla meta. Diritto di parola ai travagli, alle gestazioni, chiedendoci di starci a contatto, di non bypassarle. Non siamo più abituati a un simile linguaggio: basti pensare alla risonanza che ha per noi il week end o le vacanze: il tempo sottratto alle occupazioni esercita su di noi non poco fascino, ci sembra l’unico tempo sensato. E, invece, la liturgia riscatta anzitutto la dimensione dell’intervallo, la dimensione del mentre, dell’intanto, sollecitandoci ad avere la capacità di frapporre una pausa, una sorta di sospensione tra le nostre richieste e la pretesa di aver immediatamente la loro gratificazione. Imparare ad attendere o, meglio, imparare a vivere attendendo. La vita, la nostra vita, infatti, conosce anche il tempo del desiderio inappagato, il tempo del non ancora.

In questo tempo del desiderio inappagato siamo costretti a chiederci cosa o chi stiamo desiderando in realtà, ammesso che ancora cerchiamo qualcosa o attendiamo qualcuno. A cosa è legato il nostro cuore se è attaccato a qualcosa.

L’intervallo come occasione per apprendere che la vita è sempre nel segno dell’oltre e della sorpresa. Nel segno di un compimento ancora da attendere e preparare. A contatto con l’intervallo, con il mentre, il frattanto, appunto, che nondimeno è già primizia e caparra e possibilità di una vita compiuta.

Proprio perché imprevedibile la sua venuta, l’invito è a vegliare, a stare nella vita senza lasciarsi sorprendere dal sonno, nella capacità di intercettare e riconoscere i passi e ogni benché minimo rumore che accenni a un suo possibile ritorno. È ovvio che questo atteggiamento è possibile assumerlo non perché gli occhi sono capaci di stare svegli ma perché il cuore è ancora capace di non rassegnarsi all’assenza.

Vegliate: invito a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento o da quella inerzia di chi crede che i giochi sono già fatti, comunque. Un grande dono sentir ripetere questo invito dal Dio della fiducia in un tempo come questo in cui la corsa è al non avere più a cuore nulla e nessuno.

Un’ultima immagine mi seduce: quella del portinaio. Non poteva trovarne una migliore. A lui è chiesto di vegliare perché non accada che la sicurezza di casa diventi soffocamento e che si muoia per eccesso di tutela. A lui è chiesto di discernere che cosa significhi misurarsi con il fuori casa, cosa voglia dire assaporare aperture e sconfinamenti, quali ricchezze si profilano all’orizzonte. La porta non è fatta solo per rimanere chiusa e perciò per escludere. Essa è fatta anche per accogliere, “per acconsentire invece che per respingere”.

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