Tutta scena – XXXI del T.O.

“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me, invano mi rendono culto, mentre insegnano dottrine e comandamenti di uomini” (Is 29,13). Così già sentenziava l’antico profeta Isaia. Gesù non se ne discosta, anzi, sembra quasi rincarare la dose allorquando, rivolgendosi ai suoi interlocutori li apostrofa definendoli “Ipocriti”, unica malattia presa letteralmente di mira da lui in ogni circostanza.

Il Signore rinfaccia l’aver dato vita a una religiosità di facciata, preoccupata di apparenze e tradizioni. Scribi e farisei usano la religione per affermare se stessi; essa dà loro un certo prestigio, un ruolo sociale, permette di minacciare, di chiedere obbedienza e sottomissione.

La degenerazione della recita, la deriva della maschera, la caricatura dell’immagine: ecco ciò da cui vengono messi in guardia i discepoli di ieri e di oggi, e questo in ogni ambito. Può accadere, infatti, di ostentare segni religiosi e di custodire un cuore che è lontano da Dio dando vita a una esistenza superficiale.

“Dire e non fare” è la scissione che si esprime come incoerenza. E così la vita diventa tutta scena.

Sin dai primordi della creazione, l’antico tentatore ci seduce mormorando al nostro orecchio: “il giorno in cui voi mangiaste del frutto dell’albero che sta nella parte interna del giardino, si apriranno i vostri occhi e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male” (cfr. Gn 3,5). E noi subito pronti a dargli ascolto usurpando un ruolo che non ci compete, a fare come se Dio non esistesse, ad ambire titoli, a sognare scatti di carriera, a prevaricare pur di avere l’ultima parola, a credere di essere noi i solutori di ogni situazione. Tutto questo, solitamente, dietro una rigidità che non poche volte nasconde tanta inconfessata debolezza, facile da individuare negli altri, assai difficile da riconoscere in sé.

Ora, la superbia e la ricerca della vanagloria fanno perdere l’umiltà e lo spirito di servizio, che sono le caratteristiche proprie di chi desidera seguire il Signore.

Per questo a tema, oggi, quattro tipi di ansia: quella del sembrare, quella del primeggiare, quella del dominare e quella delle precedenze. Si tratta di una strada senza uscita, mille miglia lontana dalla verità di noi stessi e dallo stile che il Signore ci chiede di incarnare.

“Egli che era Dio annientò se stesso” così ci fa pregare un prefazio (Pref. Comune I). L’unico che avrebbe avuto meriti e titoli per prevaricare ha intrapreso tutt’altra strada. Ha scelto quella che Francesco d’Assisi chiamerà “minorità”, vero antidoto all’esibizionismo, ai deliri di onnipotenza, all’auto-adulazione, all’ambizione e alla rivalità.

“Ma voi…”: ecco la differenza cristiana.

I discepoli di Gesù sono chiamati a rifuggire simili comportamenti e a vivere tra loro un rapporto di fraternità. Ciò che Gesù mette in questione non è solo una questione di titoli, rabbì, padre…, ma quello che questi titoli rappresentano nei rapporti comunitari: l’autorità o il potere intesi come controllo o dominio di una persona sulle altre.

La comunità cristiana voluta da Gesù è espressa nella misura in cui è fedele a questa fisionomia:

  • priorità a relazioni fraterne perché abbiamo un unico Padre,
  • costante riferimento a Gesù unico maestro,
  • semplicità di vita.

La fraternità è costantemente minacciata qualora qualcuno si sente autorizzato a porsi in cattedra, dimenticando che egli, prima di ogni compito, è e deve rimanere un discepolo di Gesù: “con voi sono cristiano, per voi sono vescovo” (Agostino).

Chiunque abbia un ruolo in seno alla comunità è chiamato ad esprimerlo umilmente nel servizio. Ogni ministero (etimologicamente stare sotto) non è un servizio di onore: non si trova prima o sopra il popolo di Dio, ma dentro il popolo di Dio. Nessuna funzione, nessun ministero nella Chiesa ha significato se non è un’immagine e un segno di Cristo servo.

Il più grande tra voi sia vostro servo!

Servire nel senso di disponibilità piena, di gratuità che non si attende gratificazioni, di conformità al modello offerto da Gesù. Il termine utilizzato è διάκονος, che nel NT indica colui che pratica un servizio liberamente scelto, da volontario, contrariamente a δούλος che indica colui che è costretto a servire e talvolta ridotto in schiavitù.

Il cristiano deve vincere la tentazione di darsi da sé un nome: saranno gli altri a darglielo, illuminati, anche se non capiamo come, dallo Spirito. Accadde ben così ai discepoli ad Antiochia. Ma allora, in questo modo, noi perdiamo la visibilità della comunità? In un certo senso sì, perché l’essere uomini evangelici significa assumere uno stile nascosto, umile, lo stile dell’attesa, della fede pur nelle situazioni difficili. Ci sarà qualcuno che si accorgerà? Lo sa Dio e tanto basta.

Ciò che conta è l’essere trovati fedeli alla nostra identità, non alla nostra visibilità.

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