Come te stesso – XXX del T.O.

Hai un bel da dire, Gesù, quando affermi che l’altro, chiunque esso sia, o meglio colui al quale io mi faccio prossimo va amato “come me stesso”. Come posso amare un altro se talvolta non so neppure chi sono io? Non hai detto che c’è anche un “me stesso” da rinnegare e da cui prendere le distanze se voglio continuare a starti dietro?

E come faccio a capire che sto volendo davvero il bene dell’altro se a volte non faccio che proiettare su di lui nient’altro se non un mio bisogno? Chi mi dice che davvero sto amando l’altro e non, magari, perpetuando una forma di egoismo? Chi mi dice che non lo sto strumentalizzando?

Posso davvero essere io la misura della giusta relazione quando, invece, mi scopro umorale, egocentrico, permaloso, suscettibile, iroso, permissivo, viziato e vizioso? Vale ancora in questi casi il “come me stesso”? Che ne sarà dell’altro se io mi amo in modo sbagliato, desiderando il male e non il bene? Non indurrò anche lui a percorrere un sentiero fuorviante?

Guai a voler definire il rapporto con l’altro solo a partire dalla morsa stretta del binomio “io-tu”: sarebbe esposto a troppe variabili.

Le scienze umane sostengono che solo quando abbiamo raggiunto un giusto rapporto con noi stessi possiamo aprirci a una sana relazionalità così da accogliere l’altro come egli è. Non poche volte è solo attraverso un lento cammino di introspezione che giungiamo a trovare un certo equilibrio tra aggressività esasperate e generosità esagerate. Non è forse vero che talvolta chiedo all’altro e al suo riconoscimento quell’affetto che io non sono in grado di dare a me stesso? Ma chi mi restituisce la chiave per stabilire qual è il giusto rapporto con me stesso?

Il Vangelo ci chiede di amare l’altro non più ma neanche meno di me stesso: l’equilibrio è tutto in quel “come”. Le scienze umane, quando passano dal piano dell’osservazione a quello del significato, non riescono a spiegarci perché l’uomo sperimenti tale bisogno di relazione e di affetto. È qui che interviene la Parola di Dio aiutandoci a comprendere quello che da soli non saremmo in grado di fare.

Il rapporto tra me e l’altro ha bisogno di un terzo, ha bisogno della presenza di Dio. Per questo Gesù non si limita a chiederci l’amore del prossimo come noi stessi ma lo fa precedere dal comandamento di amare il Signore “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”. Io sono una passione d’amore per Dio, mi ha reso degno del suo amore per pura gratuità, per “grazia”. Io sono stato creato come “capax Dei”, capace di avere a che fare con Dio stesso e con il suo amore.

Dio mi ha amato con tutto se stesso: davvero “tutto è grazia”. Fuori dalla relazione con lui è come se perdessi il senso stesso del mio esistere. È solo Dio, infatti, che mi rivela chi sono fino in fondo e cosa valgo. Solo Dio mi rivela quanto sono e sono stato amato. La mia esistenza non è frutto di un caso fortuito: io sono stato voluto secondo un ben preciso disegno d’amore prima dell’eternità. Quando ero nulla egli mi ha voluto, quando ero nessuno egli mi ha scelto. È solo assaporando ogni giorno di più questa esperienza d’amore che io mi scopro come qualcuno che è prezioso ai suoi occhi. Resto degno di amore da parte di Dio nonostante tutte le mie fragilità e i miei limiti.

“Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Solo quando resto in questa corrente d’amore ho la giusta comprensione della mia vita e di quella dell’altro. Dio non ha risparmiato nulla per me se è vero che per me “non ha risparmiato il Figlio”. L’amore o è totale o semplicemente non è.

Posso amare l’altro come me stesso, ossia come mi ama Dio, in modo unico, totale, irreversibile, unilateralmente.

Posso amare l’altro come me stesso proprio perché Dio ha manifestato in una storia concreta il suo appassionato amore per me.

Gesù propone un’esperienza religiosa che non si riduce a qualcosa di vago, di etereo. Si tratta di dedicare al prossimo la stessa cura, lo stesso amore che si dà a Dio.

L’altro è da amare in quanto altro, nel suo volto di forestiero, di orfano, di vedova, di indigente, cioè fuori dalla sua desiderabilità e attrattività, persino nei tratti della sua non amabilità perché così sono stato amato io da Dio. Non è che oltre ad amare Dio bisogna anche amare il prossimo, ma amare Dio vuol dire amare il prossimo. Che cosa Dio ama più dell’uomo? E lo ama mentre è peccatore, traditore, mentre inchioda ad una croce il Figlio suo.

“Io vi chiedo di amarmi con lo stesso amore con cui io amo voi.

Questo non lo potete fare a me, perché io vi amai senza essere amato. Tutto l’amore che avete per me è un amore di debito, non di grazia, in quanto siete tenuti a farlo, mentre io vi amo con amore di grazia, non di debito.

Voi non potete dunque rendere a me l’amore che io richiedo. Per questo vi ho messo accanto il vostro prossimo: affinché facciate ad esso quello che non potete fare a me, cioè di amarlo senza considerazione di merito e senza aspettarvi alcuna utilità.

E io reputo che facciate a me quello che fate ad esso”.

(S. Caterina da Siena)

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