Ogni scusa è buona – XXVIII del T.O.

Quanto più è manifesta l’incomprensione tanto più grande è il suo amore, quanto più è palese il rifiuto tanto più è rincarata l’offerta.

Così avevamo commentato domenica scorsa l’atteggiamento del padrone della vigna. E oggi ne abbiamo la conferma: inviteresti mai a nozze chi è insorto contro di te per un salario ritenuto ingiusto o chi ti dice sì e fa no o chi addirittura finisce per eliminare i tuoi inviati, tuo figlio compreso? E, invece, a quanto pare, il nostro Dio la pensa diversamente: quanto più è manifesta l’incomprensione tanto più grande è il suo amore, quanto più è palese il rifiuto tanto più è rincarata l’offerta.

Ogni scusa è buona per far festa, diciamo di chi ama banchettare e non perdere alcuna occasione. Questa affermazione, tuttavia, può essere a buon diritto applicata al nostro Dio: ogni scusa è buona. Oggi, certo, perché si tratta delle nozze del figlio del re, ma il vangelo è come percorso da continui motivi di festa e di gioia: il figlio perduto e ritrovato, la dramma ritrovata, la pecora, la perla preziosa, il tesoro nel campo e poi Matteo, Zaccheo, Lazzaro risorto e tanti altri. Persino l’addio e la separazione fisica dai suoi sono vissuti nell’ambito di una cena. Ogni scusa è buona, se è vero che si è meritato persino l’appellativo di “mangione e beone”. Ma perché mai questa voglia di non perdere occasione per far festa? Addirittura, in talune circostanze, dirà che “bisognava far festa”. Perché noi siamo fatti per questo, per la festa, siamo fatti per la gioia, per la comunione, per l’amicizia: dipendesse da lui dovrebbe essere festa ogni giorno perché ogni giorno egli vorrebbe celebrare e vivere la comunione con noi. A una festa, di solito, non inviti il primo che capita ma coloro con i quali hai o vorresti intrattenere legami di amicizia. Davvero “tutto è pronto”: Dio ha preparato ogni cosa, nulla è lasciato al caso; da parte tua è richiesta soltanto l’accoglienza di questa possibilità e di questa offerta.

E, invece, a un Dio sempre in vena di feste fa riscontro un uomo incapace di mettersi sulla sua lunghezza d’onda, un uomo che finisce per essere di ghiaccio persino di fronte alla bellezza. Dio manda inviti ma gli invitati non hanno alcuna intenzione di muovere un passo e di prendere in considerazione una tale opportunità. Addirittura sembra quasi che l’invito a nozze susciti un tale sdegno da malmenare i latori della proposta: l’indifferenza diventa fastidio e il fastidio si traduce in ostilità vera e propria. Proprio così, c’è sempre qualcuno pronto a fare il guastafeste e a mandare all’aria i migliori intenti di celebrare occasioni senza ritorno: quante altre volte capiterà di essere invitato alle nozze del figlio del re?

Proprio un tale rifiuto non sarà senza conseguenze non solo per te ma anche per la città degli uomini. Il no opposto all’amore non lascia le cose come stanno: ha sempre una valenza sociale che talvolta si caratterizza come vera e propria distruzione. Rifiutare una vera offerta d’amore equivale a fare di me il punitore di me stesso.

Però, per quanto tu possa credere che il tuo rifiuto sia un impedimento alla realizzazione di quell’evento, ti sbagli di grosso. Dio ricomincia altrimenti con altri invitati, nessuno escluso: agli aventi diritto subentrano coloro che immeritatamente si ritrovano a essere quelli che danno prova di ciò a cui giunge l’amore. “I doni di Dio e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29): l’offerta non si esaurisce e il pranzo non è sospeso. E così pubblicani e peccatori, emarginati ed esclusi, io, tu, noi tutti ci ritroviamo a essere inattesi commensali di Dio. Che grazia! Quale dono!

Il fatto che l’invito sia portato ai crocicchi delle strade e vengano chiamati buoni e cattivi, non è qualcosa da prendere alla leggera. La misericordia di Dio non può diventare un motivo di disimpegno o una garanzia di impunità. Che siano chiamati buoni e cattivi e che Dio ci prenda così come siamo e dove siamo (ai crocicchi delle strade), deve diventare motivo per una vera e propria trasformazione tanto da farci trovare vestiti di quella “veste formata dalle opere giuste dei santi” (cfr. Ap 19,8). La grazia a caro prezzo, infatti, non può essere accolta a buon mercato.

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