Tra gratuità e convenienza – Prepararsi alla XXVIII del T.O.

banchettoTutti quelli che troverete chiamateli alle nozze.

Ecco il sogno e il desiderio di Dio: invitare ogni uomo ad una esperienza di comunione di cui le nozze sono simbolo e profezia. Che cos’altro è la vita se non il banchetto che Dio imbandisce per l’umanità?

Il banchetto è pronto… La vita è pronta per essere vissuta. Ogni uomo cercato e atteso a quella festa. Da Dio stesso. L’invito alla festa è ciò che rivela l’animo di Dio.

In ogni cultura l’invito a mensa è il riscatto dell’altro dalla propria estraneità. Facendoci suoi commensali Dio ci riscatta dalla nostra estraneità. Con lui non siamo più stranieri né ospiti ma concittadini dei santi… familiari di Dio. Familiari di Dio! Un Dio che non si tiene a distanza: ecco il nostro Dio! In lui abbiamo sperato perché ci salvasse (Is 25,9). Nella comunione con lui un possibile riscatto per noi.

Un messaggio di speranza e di fiducia attraversa, dunque, la liturgia di questa domenica. Noi chiamati al banchetto del regno: non l’appartenenza a una istituzione, anzitutto, ma il partecipare della stessa passione di Dio.

E per dire di sé Dio usa il linguaggio più tipicamente umano: il banchetto e le nozze. Non casuale la scelta: per dire Dio non occorre chissà quale discorso etereo e astratto che finalmente prenda le distanze da ciò che è più tipicamente umano. Dio compie un percorso di umanizzazione perché noi potessimo comprendere che abbiamo a che fare con lui ogni volta che abbiamo a cuore quanto di più tipicamente umano ci appartiene. La vita spirituale, quindi, non coincide mai con una presa di distanza dall’umano.

L’invito alla festa, alla comunione con lui, ecco il dono di Dio. Gratuito quanto inatteso.

Lo aveva annunciato: vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri… L’invito inizialmente rivolto a Israele è stato declinato ma mai revocato da parte di Dio. Poi è passato alla comunità dei discepoli. A noi. A me. Come la vigna del vangelo di domenica scorsa. Data ad altri, ma mai divelta. Ma l’esito è stato sempre problematico: non è scontato dare spazio ad un invito. L’ostinata durezza attraversa anche il cuore di chi si ritiene familiare con il vangelo. Anzi, il problema sembra sorgere proprio quando si ha maggior dimestichezza con le “cose” di Dio.

E così, dietro la parabola, è da leggere la storia del rapporto tra Dio e l’umanità, quella di sempre: qualcuno preferisce il proprio angusto orizzonte – i propri affari – all’offerta partecipata da Dio. Tra gratuità e convenienza spesso ha la meglio quest’ultima.

Ma Dio non si rassegna. La storia riparte. Da altrove e altrimenti. La delusione registrata non restringe il cuore di Dio che anzi si sente spinto a intraprendere strade nuove: segno della passione che lo abita, non irrigidito nella immobilità di una struttura.

Ancora una volta misurati con un invito che non conosce esclusioni. Le porte sono aperte a puri e a impuri, sono invitati anche coloro che di per sé non sarebbero invitati da nessuno. Un invito indiscriminato, dunque. Non ci sono condizioni previe per meritarlo: l’unico vero impedimento è il rifiuto umano.

L’evangelo di questa domenica è proprio il fatto che quello strano re dalle reazioni così viscerali sia determinato a festeggiare lo stesso: la festa di nozze si farà nonostante i rifiuti e le ostilità. La cattiva volontà o l’indifferenza dell’uomo non gli impediscono di portare a compimento il suo desiderio di costituire una comunità umana in festa per le nozze.

Se gratuito è l’invito e universale, non tutti i vestiti vanno bene. La chiamata di Dio chiede consapevolezza del dono ricevuto e capacità di corrispondervi riconoscendo la propria responsabilità. La mancanza della veste è l’ignoranza della novità di vita che deriva dalla chiamata di Dio. È la non disponibilità al nuovo, al cambiamento, la non consapevolezza del dono ricevuto. È il ritenere che così come si è vada comunque bene. Ritenersi a posto solo perché abbiamo accettato l’invito. E, invece, il non essere trovati col vestito adatto vuol dire che nessuno può considerarsi seduto a tavola per sempre al banchetto del regno.

C’è ancora un aspetto da non sottovalutare. Compito della comunità cristiana è quello di segnalare questa offerta universale, essere luogo accogliente, luogo di festa, esperienza che proclama la sconfinata voglia di Dio di sedersi a tavola con tutti i popoli, segno che ancora l’uomo è cercato e atteso. Noi a servizio di un Dio che li vuole proprio tutti gli uomini a quella mensa del regno.

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