acasadicornelio

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un titolo per "iniziati" vuol essere, piuttosto, un invito a riconoscere e comprendere che, molto spesso, lo Spirito del Signore – proprio come con Pietro in casa del centurione Cornelio (cfr. At 10,1-44) – ci ha già preceduti nella storia di tanti uomini e donne che con docilità si sono aperti alla sua azione, scoprendo, così, che Dio non fa preferenze di persone. Per questo non spetta a noi porre impedimento a Dio (At 11,17)… Antonio

Un nuovo inizio – XXVII del T.O.

Un impenitente ostinato, così il nostro Dio, si direbbe quasi un romantico sognatore, di quelli che neppure di fronte all’evidenza s’arrende, uno che pare non apprenda mai dalle delusioni. Anzi, quanto più è manifesta l’incomprensione tanto più grande è il suo amore, quanto più è palese il rifiuto tanto più è rincarata l’offerta.  Davvero sui generis il nostro Dio. Quando pensa all’uomo lo pensa come il più degno della sua fiducia e della sua cura, delle sue attenzioni; d’altronde lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, saprà bene quale sarà il suo sentire: “Avranno rispetto di mio figlio”. E, invece.

È caparbiamente convinto che l’uomo sarà addirittura capace di fare le sue veci, di amministrare le cose di Dio (che poi sono le cose dell’uomo stesso), come nessun altro potrebbe fare, per questo consegna la sua proprietà e se ne va. Altro che asservimento.

“Che cosa è l’uomo perché te ne curi? – ripeterà stupito il Sal 8 – il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero? Di gloria e di onore lo hai coronato”, nientemeno. Ed Eb 2, 16 aggiungerà: “Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura”. Si prende cura di me.

La mia storia, la mia vita è come una vigna di cui Dio si è preso cura dall’eternità. Le attenzioni, d’altronde, non sono forse il termometro dell’interesse? Non misuriamo il disinteresse di qualcuno nei nostri confronti dalle attenzioni negate?

Da sempre Dio ha sognato che io realizzassi me stesso portando il frutto desiderato. E perché questo fosse possibile non si è fatto vincere in generosità: ha creato tutte le opportunità perché questo potesse accadere. “Nessun dono di grazia più vi manca” (1Cor 1,7) ripeterà convinto Paolo.

D’altronde che amore è quello che non è declinato secondo i canoni dell’eccesso? E così, la mia vigna, la vigna che è la mia vita, l’ha riempita delle viti più scelte, mica di scarti: quanti doni ricevuti! L’ha collocata nei luoghi meglio esposti all’azione della sua grazia, mica in un dirupo: quante occasioni offerte! Ha tolto tutto ciò che avrebbe finito per soffocare la possibilità di attingere linfa vitale. L’ha persino circondata di presenze che la potessero tenere al riparo da eventuali attacchi. Ha pure messo una torre da cui avvistare possibili nemici che potrebbero far razzia nel tempo della raccolta e l’ha dotata di un tino sempre pronto a trasformare gli acini nel vino abbondante della festa alla quale sono invitato di diritto.

Cosa avrebbe dovuto fare ancora? Mi sembra tanto la domanda dell’innamorato tradito che ripensa alle molteplici occasioni attraverso le quali ha manifestato alla sua ragazza quanto egli fosse legato a lei. Sento tanto risuonare quel passaggio di Gv 13: “li amò sino alla fine”, cioè fino a che è dato ad un uomo, fino alla morte.

E, invece… delusioni su delusioni, amarezze su amarezze. Dapprima perché è stato stravolto il rapporto: il dono è diventato conquista, proprietà e le mani pensate per accogliere e condividere sono diventate mani di rapina. E anche quando le cose sono andate così, quell’impenitente ostinato mica si è tirato indietro. Macché: ha continuato a credere che io potessi finalmente capire quanto gli stessi a cuore. E persino di fronte ai segni evidenti della mia incapacità ad accogliere la sua offerta, cosa è andato a pensare? Che io fossi degno di misurarmi con suo Figlio. Ma, Signore, c’è un limite a tutto! No, continua a ripetermi. “E quando l’uomo meritò la giusta condanna”, cosa fa? Quello che solo Dio può fare: “tu l’hai redento nella tua misericordia” (Prefazio II). Non si vendica, come invece suggerirebbero gli interlocutori della parabola. Dio non ripaga mai con la stessa moneta: alza sempre la posta in gioco. Per questo, sulla sua bilancia io ho finito per avere lo stesso valore del Figlio: io e il Figlio, da non credere.

Certo, anche Dio resta deluso in fatto d’amore. Verrebbe quasi da dire che non ne azzecca una: quando ha a che fare con l’uomo ha anch’egli le sue aspettative che però possono essere frustrate. E, invece, proprio quando sembra che non la azzecchi, proprio allora l’amore è più vero perché non è chiuso nella logica mortifera del ripagare ma in quella feconda della pura gratuità. Egli, infatti, non patisce crisi d’amore perché non conosce crisi di fede: “se noi manchiamo di fede egli, però, rimane fedele” (2 Tm 2,13).

Anche quando sembra che non ci sia più via d’uscita, eccolo ancora alla ricerca di “un nuovo ingresso nel mondo” (Benedetto XVI). Continua a passare attraverso quelle feritoie che solo la grazia riesce a intravedere. E ti ritrovi Pietro, Levi, Zaccheo, la donna di Samaria, Maria di Magdala tra coloro ai quali è chiesto di misurarsi con la fiducia di Dio.

E io? Che ne ho fatto della fiducia che Dio ha riposto su di me?

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 8, 2017 da in Omelie, Parlare di Dio... di domenica....
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