Possedere o condividere? – Prepararsi alla XXVII del T.O.

Narra di Dio la pagina di Matteo. E narra dell’uomo, narra di noi, narra di me.

Narra di un Dio che si prende cura della sua vigna, immagine del mondo nel quale colloca l’uomo. Luogo preparato a lungo e con amore perché altri potessero goderne.

Narra di un Dio della condivisione, di un Dio che non tiene per sé l’esclusiva, di un Dio innamorato della sua vigna, di un Dio che dà fiducia, si fa da parte, di un Dio instancabile tessitore di opportunità nuove offerte a chi è tentato di impadronirsi di una eredità.

Narra di un uomo – il vangelo – pensato come usufruttuario di quei beni che Dio gli ha messo a disposizione, un uomo chiamato a lavorare quella vigna e a trarne con gioia i frutti. Una gioia da condividere proprio come è stato con noi condiviso il luogo in cui abitiamo. Tuttavia, sembra quasi che uno non riesca a godere appieno se non possiede. E così sulla vigna – la vita, il mondo, il regno, il vangelo, le relazioni – fa capolino la questione del possesso che è trasversale ad ogni tipo di relazione: Dio, l’altro, il creato. Un senso di rapina ci attraversa e si impossessa di noi fino a tenere strette e inutilizzate risorse che potrebbero essere a beneficio di tanti altri uomini e donne, se solo accettassimo di aprirci alla condivisione. Un senso di rapina attraversa anche la comunità cristiana quando non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uomo.

Di solito noi rivendichiamo possessi quando ci abita l’angoscia di perdere il controllo, quando siamo preda della paura che qualcun altro possa invaderci e il nostro benessere costruito sull’esclusione di tanti altri possa essere minacciato.

La brama del possesso e del rivendicare l’esclusiva genera una cultura di morte e si declina con il rifiuto ostinato di ascoltare chi timidamente bussa alla nostra porta, incapaci di riconoscere in loro gli inviati del Padre.

Il vangelo, poi, narra ancora di un Dio che mai può ritenersi “incluso” entro categorie socio-religiose, perciò di un Dio “scartato”, pietra angolare di un particolare volto di Chiesa. Narra di un Dio sempre altro rispetto alla pretesa dell’uomo.

Dio non è mai appannaggio di pochi eletti fino a diventare “incluso” “entro i confini della propria identità nazionale, culturale o di fede”. Un Dio “sequestrato” per il quale è sempre necessario erigere barriere, segnare confini, stabilire comportamenti che definiscono il grado di vicinanza e di gradimento o meno a un simile Dio.

Abbiamo fatto lunghe teorizzazioni sul mettere Gesù al centro della vita. A ben guardare, però, Gesù non sta mai al centro e le situazioni in cui la sua figura è centrale sono legate ad un vero e proprio decentramento strutturale: all’inizio, tra un bue e un asino e alla fine, tra due ladroni. Quando lo cercano per farlo re – dunque per metterlo al centro – fugge, si nasconde. Obbligherà persino al silenzio i suoi amici. Si ritrova con loro ed entra mentre stavano a porte chiuse.

Pietra angolare, sì, ma di quale edificio, di quale volto di Chiesa? Di una Chiesa abitata da uomini e donne che accettano di lasciarsi portar via la propria centralità, non ricusando di essere annoverati tra le pietre di scarto, nella fiducia che queste siano al centro dell’amore di Dio. Al di fuori di ogni importanza e nello stesso tempo radicati nel cuore della vita del mondo. Una Chiesa minore. E io a quale volto di Chiesa voglio appartenere?

Vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri.

Se la scena evangelica è bucolica, non si può negare che i contenuti siano incandescenti.

Lo Spirito non ha bisogno di strategie difensive per garantire la sua azione: egli spira dove vuole. Israele prima, la Chiesa poi hanno sempre corso il rischio di vivere l’elezione da parte di Dio come motivo di distinzione e di potenza. Dio non è obbligato a farsi strada nel mondo passando per sentieri tracciati da noi. E neppure patisce il ricatto secondo il quale ci deve tenere per forza perché se non noi chi può sostituirci? A lui non manca la possibilità di creare un popolo capace di far fruttificare il regno. Un popolo fatto di pietre di scarto. Anche quando tutto dovesse andare in rovina, c’è ancora un vangelo, una lieta notizia: la storia può ripartire.

Sebbene deluso per come siano andate le cose, Dio non si rassegna e ritesse una storia nuova scritta con il dono del Figlio e di quanti come lui al possesso sostituiscono la condivisione.

E se la crisi che sta attraversando la comunità cristiana fosse già il segno che il regno sta passando ad altri?!

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