Soffrire, voce del verbo amare – Sabato XXV settimana del T.O.

croce‘Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato….’
“Ma come è possibile un Dio che muore in croce, un Dio che si lascia vincere dai nemici, un Dio che fa una morte vergognosa, ignominiosa da impiccato? Per questo il cristianesimo non è credibile” (Celso).
Anche gli apostoli hanno conosciuto la stessa fatica a capire non tanto il senso di una espressione quanto il perché della sofferenza del loro Maestro. Eppure, proprio quanto il Signore annuncia ci permette di entrare a contatto con il nucleo della nostra esperienza di fede. La piena rivelazione di chi è Dio si realizza proprio nel mistero pasquale. Nella Pasqua colui che è il più bello tra i figli dell’uomo, si offre – proprio nel segno paradossale del suo contrario – come uomo dei dolori, davanti al quale ci si copre la faccia. Se tutto l’anno liturgico dispiega l’essenza del discepolato cristiano, la Pasqua, che ne costituisce il centro, svela in maniera definitiva chi è il Maestro per il quale s’intraprende e si rinnova un cammino di sequela.
Il volto perdente e sfigurato genera scandalo innanzitutto tra i discepoli. Lo stesso Gesù ne è consapevole: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte” (Mt 26, 31). Il volto autentico di Dio si svela, si manifesta tra fughe e abbandoni (“Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”: Mt 26,56), nel silenzio colpevole di chi si vergogna e segue da lontano (Mt 26,58), nel rinnegamento esplicito che è dettato dalla paura di condividerne la sorte (Mt26,69-74), rinnegamento attenuato dal panato amaro del discepolo fragile e timoroso (Mt 26,75).
Per comprendere qualcosa di questo evento occorrerebbe avere il coraggio di riascoltare la Passione dalla parte del discepolo che ne ha paura e la fugge, che è l’angolo prospettico più vero per noi. Quel volto, quella persona che i discepoli avevano frequentato mentre insegnava, operava prodigi, guarigioni, addirittura risuscitava i morti, man mano che assume i tratti dello sconfitto, non lo si riconosce più (“non conosco quell’uomo”, impreca e giura Pietro: Mt 26,74). Come può essere il Figlio di Dio quell’uomo che è abbandonato nelle mani degli uomini, che vive l’abbandono persino da parte del Padre?
Ci sono alcune persone che hanno fatto l’esperienza di che cosa voglia significare mettere in Dio tutta la propria speranza, tutto il proprio amore e poi si sono trovate ad affrontare momenti di desolazione, buio, abbandono: testimoniano che non c’è sofferenza al mondo che possa essere paragonabile a simili momenti.
Eppure è proprio in questo andare incontro alla sofferenza e alla morte da parte di Gesù che avviene il vero e proprio ‘miracolo’ che ci dischiude a una conoscenza più profonda ancora del volto di Cristo.
Il Signore entra nel cuore della fragilità umana, la abita; non la disprezza ma la assume.
È il paradosso della forza di Dio che si manifesta nell’amore, nel perdono, nella consegna di sé al punto che Gesù diventa nelle mani dei suoi nemici quello che essi ne fanno: nelle mani di Giuda diventa solo la possibilità di un baratto per 30 denari, nelle mani di Pietro è uno sconosciuto al punto da rinnegarlo…
Ecco lo scandalo della croce che non possiamo comprendere con la sapienza umana, con la nostra logica o i nostri schemi. È un Messia che non possiamo “capire” se non entrando in una prospettiva completamente rovesciata che è quella di chi perché l’altro viva non esita a consegnare se stesso. Giuda lo tradirà, lo consegnerà, ma in realtà è Gesù a consegnarsi: “io ho il potere di dare la vita e il potere di riprenderla di nuovo, nessuno me la toglie”.
La posta in gioco è notevole anche per noi: scegliere di accogliere la croce di Cristo nella consapevolezza che non c’è sentiero differente per il discepolo.
In Cristo, Dio condivide la sorte e il dolore dell’umanità, senza sconti e senza corsie privilegiate. Il nostro Dio è un Dio che soffre per amore e che ha accettato addirittura l’infamia di uno che muore in croce, maledetto da Dio e respinto dagli uomini. Un Dio accanto nel dolore e che, in qualche misura, sostiene accanto a noi la fatica dello stare nella storia. Nel Credo noi confessiamo che egli è addirittura disceso all’inferno, là dove gli uomini che hanno vissuto male potevano trovarsi. È un Dio che visita l’uomo persino nel suo abisso più totale dandogli ancora la possibilità di un abbraccio.
E tutto ciò per amore. Un amore disinteressato, un amore che si effonde sugli uomini al di là di ogni possibilità di contraccambio o di merito. Un amore gratuito, un amore che non teme il rischio di essere unilaterale, un amore che addirittura non teme di opporsi alla nostra inimicizia o al nostro odio. Paolo nella lettera ai Filippesi dice che è proprio dell’amore considerare gli altri superiori a se stessi. Quell’amore che impedisce agli altri di diventare il nostro inferno (cfr. Sartre). È questo che spiega tutta la vicenda di Gesù dall’incarnazione alla passione e morte: un continuo mettersi ai piedi dei suoi, sempre più in basso.
Dio non viene a salvarci dall’alto con la sua potenza, la sua forza. Dio ci salva, ci libera dimenticando queste sue prerogative per trasformarle in amore, in misericordia, in vicinanza con gli uomini perché li ama sino alla fine.
E qui forse comprendiamo che il tempo in cui Dio si rivela a noi non coincide necessariamente, come forse saremmo più propensi a pensare, con i momenti di successo, di verifica vincente delle nostre capacità, di entusiasmo, di esaltazione, ma piuttosto con le situazioni contrarie, in cui siamo invitati a “raccogliere il nostro niente”, a presentarlo a lui.
Fare esperienza di Dio consiste nell’accettazione della propria personale debolezza, nel riconoscere dinanzi al Dio grande nell’amore, la propria personale povertà per ricevere da lui e non da chissà quali nostri stratagemmi, la giustizia che salva.

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