Andare ai poveri è andare a Cristo – Mostra fotografica IV centenario Fondazione Opere Vincenziane

 

Ringrazio don Vito per aver voluto che fossi io a introdurre dal punto di vista spirituale la mostra fotografica da lui curata: “Andare ai poveri è andare a Cristo”, in occasione del IV Centenario della Fondazione delle Opere Vincenziane.

Vincenzo de’ Paoli (1581-1660) è figura di grande rinnovamento per la Chiesa del suo tempo. Tanto, ancora oggi, si deve alla sua opera per aver saputo scorgere le vesti di Dio nei panni dei poveri. Vive in un’epoca che fa della “rimozione della povertà” un vero e proprio cavallo di battaglia, per questo egli decide di rimetterli al centro, prima ancora che della sua azione, della sua vita. Non un fenomeno da cui fuggire ma persone da amare perché la carità esercitata verso i poveri è via stessa per fare esperienza di Dio: “Non temete di lasciare l’orazione per il servizio dei poveri, voi lasciate Dio per Dio! Lo lasciate nell’orazione e lo ritrovate nei poveri!”.

Aveva ribrezzo per le sue origini, difficilmente ne parlava: veniva da una famiglia di poveri e più o meno fino a 15 anni la sua vita era trascorsa nel fare il guardiano di porci. Quando era studente in collegio aveva rifiutato la visita di suo padre perché si vergognava del fatto che fosse zoppo, povero e malvestito. Aveva addirittura affermato di non conoscere quell’uomo. Scoprirà solo più tardi la sua vocazione, quando si riconcilierà finalmente con la sua vita e con le sue origini, con quel papà e quando aprirà gli occhi sulla condizione in cui versavano gli ammalati ospiti di un ospedale che portava il nome di “Hotel Dieu”, “Casa di Dio”. Quell’esperienza lo toccherà profondamente nell’animo da segnare una vera e propria svolta.

I poveri non erano tanto l’oggetto delle sue attenzioni e delle sue cure: per Vincenzo essi erano addirittura suoi signori e padroni, se è vero che anche lì, non meno realmente che nell’Eucaristia e nella Parola, per usare una felice espressione di Paolo VI, Dio ha scelto di abitare.

Presenza reale, cioè vera, non fittizia o immaginaria., perché Gesù si è identificato con essi. Lui ha istituito questo segno come ha istituito l’Eucaristia. E Madre Teresa esclamava: “Quanto è stato buono il Signore: ha consentito a tutti di incontrarlo fin da questa vita, nella parola del povero e ha semplificato il cammino della salvezza concentrandolo in cinque parole, come le cinque dita di una mano: Lo – avete – fatto – a – me”, come a dire che la carità contiene sempre in sé un germe di fede. Ogni volta che siamo di fronte ad una persona umana che soffre dovremmo, con gli orecchi della fede, sentire dentro di noi la voce del Signore Gesù che ci ripete: “Questo è il mio corpo! Questo è il mio corpo!”

Questo mutamento di prospettiva – padroni e signori – determina un diverso modo di stare al mondo e soprattutto di relazionarsi con chi è nel bisogno. Se essi sono solo un oggetto, infatti, a loro dedicherò del tempo, delle attenzioni, appunto, ma in modo circoscritto, se essi, invece, sono padroni e signori, a loro dedicherò la vita, l’intera esistenza.

Tanto era viva per lui la certezza che Dio è presente nei poveri da ripetere alle suore: “Dieci volte il giorno andrete a visitare gli ammalati, e dieci volte vi incontrerete Dio“.

Tanta era la sua dedizione per loro da ritenere doveroso spendere non solo i beni ma la stessa vita: “Dobbiamo amare Dio e i poveri, ma a spese delle nostre braccia e col sudore della nostra fronte“.

Se i poveri sono “padroni e signori”, Vincenzo fece di tutto per non tenersi a distanza da ogni forma di povertà. Il farne diretta esperienza divenne un punto d’onore.

L’approccio alla situazione del povero era vissuto con l’intento di alleviarla subito, di certo per eliminarla e, quando possibile, per prevenirla.

Sapeva che perché ciò potesse accadere era necessario un lavoro di rete, noi diremmo oggi, ossia, bisognava coinvolgere il maggior numero di persone, dalle più semplici alle più abbienti, nessuno escluso, se è vero che “chi dona al povero, presta al Signore”.

Avere a che fare con i poveri, necessita di un approccio mirato fatto di serietà, di continuità e di efficienza.

C’è una foto che tra le altre mi colpisce di più: quella in cui alcuni annunciano il vangelo e, tuttavia, sono incuranti di un povero che è lì ai loro piedi mentre prova a dormire nella sua coperta.

Il problema non è quello di sapere chi è il mio prossimo, quale sia cioè la categoria di persone che mi permettano di esercitare la carità. Il problema essenziale è farmi prossimo. Sono io che devo accostarmi, farmi vicino, farmi prossimo, appunto, annullando la distanza. Già questo è il gesto giusto: annullare la distanza. Gesto etico annullare la distanza. A volte, può bastare un corridoio o un ufficio, un sms o una telefonata. È sufficiente ci sia un uomo che ha bisogno di me: quello è il luogo nel quale il Signore mi chiede di inverare la mia fede. Lì, se perdo tempo, mi è riservata l’eternità. La mia salvezza coincide con l’aiuto offerto all’altro.

Se vuoi fare qualcosa per Dio non hai il problema di dove trovarlo. Ti è offerto un recapito: la porta dell’altro. Infatti, se potranno esserci uomini e donne che si salveranno senza qualche sacramento, nessuno potrà mai salvarsi senza il sacramento del fratello.

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