Al ritmo del cuore di Dio – Prepararsi alla XXV del T.O.

Weinberg im Herbst, Franken, Deutschland,Eravamo stati pensati in grande mentre uscivamo dalle mani di Dio il mattino della creazione. Dio ci aveva plasmati a sua immagine e somiglianza, capaci di avere in noi il suo pensiero e il suo sentire. E tutto sembrava procedere secondo il progetto degli inizi, quando la sera – e l’immagine è bellissima – Dio scendeva a passeggiare con l’uomo. Eravamo stati pensati in modo da arrivare tutti a ripetere quello che Paolo scrive nella lettera i Filippesi: “Per me vivere è Cristo”. Da brividi: la mia vita, la stessa del Figlio di Dio. Eravamo stati pensati capaci di gioire della stessa gratuità di Dio: immeritatamente chiamati e tenuti in vita. Ma poi tutto si era incrinato: l’ombra del sospetto su Dio, anzitutto, aveva preso il sopravvento e il rapporto non era più all’insegna della comunione ma della vergogna, della fuga e del nascondimento. Il rapporto con l’altro, invece, era diventato un rapporto di reciproche accuse, di rivalsa, di invidia. Avevamo così smarrito il pensiero e il sentire di Dio, come ben ricorda Isaia.

Più volte Dio aveva provato a ricreare la sintonia iniziale mediante i profeti, ma invano. Il dono del Figlio nella pienezza dei tempi voleva essere proprio l’ennesima possibilità perché l’uomo tornasse a ritmare secondo il cuore di Dio. Affatto scontato, come ben testimonia la parabola evangelica.

Infatti, veniamo tutti da una educazione che ci ha abituati a vivere le relazioni secondo quel criterio di giustizia in cui ciascuno riceve in base a quello che fatto, nel bene o nel male. E perciò facciamo non poca fatica a fare nostro il modo di agire di quello strano signore del Vangelo che è immagine dello stile con cui Dio si rapporta all’uomo: lo troviamo addirittura scandaloso. Preferiremmo piuttosto vivere i rapporti secondo la logica dell’”a ciascuno il suo” e così ristabilire la parità. E questo potrebbe anche bastare se però decidessimo di dirimere le nostre questioni secondo criteri solo umani quelli che Gesù condannerà quando inviterà i suoi discepoli ad essere capaci di una giustizia superiore. Infatti, siamo andati ben lontani da quel progetto originario in noi impresso dal Signore stesso mentre ci creava a sua immagine e somiglianza. Ci siamo accontentati di molto meno. E così la vita è diventata una corsa continua per attestare che l’uno vale più di un altro, l’uno ha più di un altro.

Non è un caso, infatti, che gli operai chiamati a giornata non si lamentano perché non hanno ricevuto quanto pattuito ma perché quello strano padrone ha trattato tutti allo stesso modo, senza alcuna differenza. È proprio l’annullamento della differenza a suscitare in loro il disappunto.

A tema c’è proprio il modo di guardare le cose, i rapporti, la vita. Con quale occhio valuti? Con l’occhio cattivo della pretesa o con quello di chi gioisce che a tutti sia stata data la possibilità di sedere alla stessa mensa?

Nessuno di noi vale per quello che riesce a produrre ma per quello che è. Secondo una logica meritocratica una mamma dovrebbe provvedere al meglio per un figlio che riporta buoni risultati a scuola e dovrebbe dare molto meno a quello che, invece, non riesce ad arrivare neppure alla sufficienza. Ma poiché entrambi sono figli, se è una mamma che custodisce ancora il pensiero e il sentire di Dio, provvederà all’uno lo stesso che all’altro perché entrambi sono figli. Così per Dio: non conta anzitutto quello che tu puoi aver compiuto ma l’esserti lasciato guardare e raccogliere dal suo amore, In qualunque momento della tua vita e in qualsiasi circostanza.

Il modo di agire di Dio sconcerta chi non riesce ad essere grato per le innumerevoli possibilità a noi offerte dalla sua grazia. Mentre chi è capace di vibrare secondo il cuore di Dio gioisce per chi ha conosciuto la misericordia di Dio sul finire dell’esistenza e gode per il buon ladrone che ha ottenuto di entrare nella comunione con Dio all’ultimo istante.

Sentire ciò che sente il cuore di Dio: qui sta o cade tutta la vita cristiana. Per meno di questo non si dà né discepolato né sequela.

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