Ricordo e perdono – Prepararsi alla XXIV del T.O.

Viaggio molto faticoso, a volte pressoché impossibile, quello propostoci dalla liturgia di questa domenica. La meta è la disponibilità a spezzare la catena dell’odio nelle relazioni tra gli uomini mentre il punto di partenza è la guarigione del cuore e la purificazione della memoria. Se, talora, la prospettiva della meta può anche avvincere, dobbiamo confessare di essere incapaci di muovere un passo dal punto di partenza. Nulla di meno spontaneo di un simile spostamento. Al limite saremmo disposti a perdonare qualche volta, a seconda dei casi, se merita… E anche qualora riuscissimo, che fatica a dimenticare il torto ricevuto, il male subito! Che cos’è, infatti, il rancore se non una memoria bloccata?

Il male, quello subìto come quello inferto – lo sappiamo tutti per esperienza personale – non è mai uno scherzo. Il male fa male: distrugge nel profondo e le sue cicatrici restano più di quanto ne siamo a volte consapevoli.

E poi? Se l’altro finisce per approfittarsi della mia bontà? Che fine fa la giustizia se l’altro può fare quello che vuole perché tanto sa che resterà impunito?

Pietro sarebbe disponibile al perdono dal momento che si pone la domanda. Ipotizzare, infatti, un perdono che giunga fino a sette volte gli sembra già un segno di grande apertura e di larghezza d’animo. Per gli ebrei perdonare quattro volte era già il massimo. Ma, secondo Gesù, non basta. Perché sia tale il perdono deve essere incondizionato e illimitato mentre si declina come capacità di custodire la vita e il futuro dell’altro.

Immagino lo stupore di Pietro di fronte a una simile risposta di Gesù che cioè il male non si vince con il male. Qualora si imbocchi una simile strada, anziché vincerlo ci si lascia vincere dal male. Il male, infatti, non è mai fecondo, per questo è necessario rinunciare alla ritorsione. Paradossalmente, il terreno più tipico dell’amore è quello in cui ci si confronta con esperienze piccole o grandi di negatività rispetto alle quali ci si mette in gioco con un atteggiamento di segno opposto. Un perdono concesso a pentimento avvenuto ostacola percorsi possibili che potrebbero invece portare l’altro a mettersi in discussione.

Il perdono non è mai un atto formale, un gesto con il quale mettere a tacere la coscienza o evitare i problemi che potrebbero derivare da un’esperienza di conflittualità permanente. Non si tratta neppure di mettere una pietra sopra ciò che può averci ferito e poi fare in modo di non incrociare mai sul nostro percorso certe persone. Il perdono non è mai qualcosa che apprendiamo una volta per tutte. Esso non avviene spontaneamente o magicamente: non basta dire ad un altro: ti perdono!

Per questo il perdono di cui parla Gesù è il perdono del cuore: se non perdonerete di cuore… Si tratta di quel perdono che crede che l’altro possa imprevedibilmente rinascere, riprendere vigore e dare un corso nuovo alla sua esistenza. Questo crede Dio nei confronti di ogni uomo.

Per arrivare a perdonare è necessario un vero e proprio itinerario fatto di gesti e di parole. E non è mai disgiunto dalla memoria. Ricoeur sosteneva che solo chi ricorda può perdonare. La memoria è ciò che permette di avere coscienza del male e tuttavia scegli di rompere la catena della vendetta, scegli di non ripagare secondo la misura della colpa.

Che cosa fa il Signore con noi? Per essere perdonati noi non gli chiediamo che non tenga conto dei nostri peccati ma che non ci escluda dalla comunione con lui. Facciamo appello alla fedeltà del suo amore che non viene meno.

A noi che non possiamo fare a meno di mettere un limite al perdono e che ad un certo punto vorremmo dire: adesso basta!, il Signore Gesù fa notare che egli non ha mai finito di perdonarci. A noi è chiesto di fare ciò che lui fa continuamente con noi: provare a mettere in circolo ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto abbondantemente.

È vero: “perdonare non è dimenticare, ma trasformare”. Ma perché accada è necessario che esso non sia soltanto una relazione a due, bensì a tre. Non solo l’offeso e l’offensore, ma anche e soprattutto il Padre celeste che ti permette sì uno sguardo realistico sull’avvenimento doloroso, ma soprattutto ti concede di guardarlo con occhi nuovi e con una prospettiva non angusta.

Tu ricordi e perdoni. Perdonare è accettare il rischio di una pagina nuova rispetto a quella imposta dal passato e dalla memoria.

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