Chiamati – Esequie Rosa Raso – Maratea

Ci sono persone che rappresentano un po’ una sorta di sintesi della nostra esistenza e Rosa è senz’altro tra queste. Conosciuta quasi 40 anni fa, allorquando Rocco iniziò a frequentare Maria mia cognata, Rosa è diventata una delle figure che insieme al carissimo Emilio suo marito e alle figlie Maria, Anna ed Elsa, sono entrate nella mia esistenza come una presenza cara, di famiglia appunto. Come non ricordare la festa della Madonna del Carmine a luglio o gli altri momenti in cui durante le estati da seminarista soggiornavo qui per qualche giorno?

Per questo quando viene a mancare una figura come Rosa è come se una parte di noi ci lasciasse e noi ci ritrovassimo a dover ripensare a tanti aspetti di noi. I distacchi sono sempre una lacerazione: i più sono subiti e, talvolta, neppure riconosciuti. I credenti, invece, vivono tutto, anche il distacco della morte come un invito a riconoscere la parola che mediante una presenza cara come quella di Rosa, il signore ha voluto pronunciare per i suoi familiari, anzitutto, e per tutti coloro che l’hanno conosciuta.

In circostanze come questa, infatti, per non far sì che alcune figure siano passate invano nella nostra storia, credo che l’atteggiamento più giusto con cui prendere congedo da Rosa sia quello che la Parola di Dio narra a proposito del profeta Eliseo il quale, vedendo sfuggire ai suoi occhi il profeta Elia che tanto aveva significato per lui, chiese che due terzi dello spirito di Elia potessero appartenere a lui. Abbiamo bisogno, di accogliere il testimone che i nostri cari ci lasciano. Quello di Rosa è senz’altro un testimone fatto di umiltà, di spirito di servizio e di sacrificio, di laboriosità. Le sue mani callose e il suo volto scavato da tante rughe, erano più eloquenti di ogni parola. Una donna che, senza troppe smancerie, si è fatta carico di ciò che il Signore le chiedeva, restando fedele agli impegni di ogni giorno. Insieme alla sua umiltà, mi ha sempre colpito la sua discrezione che si traduceva in una rara capacità di saper misurare i momenti in cui prendere parole e quelli in cui ascoltare. Che dote rara la ponderazione, la giusta misura, il non eccedere! Insieme a suo marito Emilio erano due persone semplici, ma quanta signorilità, quanta generosità!

È difficile vivere e leggere la morte come un incontro: occorre una grazia particolare, una luce che solo Dio può donare. È naturale, invece, è umano, viverla come strappo, come lacerazione. Per quanto possiamo esserne consapevoli e, talvolta, persino preparati, i distacchi dalle persone che abbiamo amato e che ci hanno amati, destabilizzano e spiazzano oltremodo. In un simile frangente misuriamo una volta di più un senso di limite, percepiamo davvero di non essere padroni di nulla: tutto ci sfugge dalle mani, momenti, persone, cose. In una tale situazione, il rischio tutt’altro che remoto, è quello di una vita senza memoria e senza speranza. Se tutto ci sfugge di mano, infatti, che cos’è che resta di noi? Cosa resta della sofferenza di Rosa e della ammirevole attenzione con cui le siete stati accanto?

Resta il bene, appunto, il bene compiuto sempre, comunque.

Resta la consapevolezza che nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia.

Si giunge preparati all’incontro con il Signore solo se non smarriamo mai la consapevolezza che la vita è risposta ad una vocazione, è un credito di fiducia aperto dal Signore nei nostri confronti dall’eternità. Giungiamo preparati a questo momento solo se siamo capaci di riconoscere i vari appelli che sono racchiusi nelle vicende di ogni giorno, appelli a compiere la fatica più ardua, quella di uscire da noi stessi.

«Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle “uscite di sicurezza”. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio… Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani» (Card. Martini).

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