acasadicornelio

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un titolo per "iniziati" vuol essere, piuttosto, un invito a riconoscere e comprendere che, molto spesso, lo Spirito del Signore – proprio come con Pietro in casa del centurione Cornelio (cfr. At 10,1-44) – ci ha già preceduti nella storia di tanti uomini e donne che con docilità si sono aperti alla sua azione, scoprendo, così, che Dio non fa preferenze di persone. Per questo non spetta a noi porre impedimento a Dio (At 11,17)… Antonio

Il quando della fede – Prepararsi alla XIX del T.O.

signore salvami“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”. Quante volte abbiamo fatto nostre queste parole che ne I promessi sposi sono messe in bocca all’Innominato nel dialogo con il cardinal Borromeo. Come lui, al cardinale che gli dice di metterlo a parte della buona nuova che ha da consegnargli, vorremmo ripetere: “Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore”.

Quante volte abbiamo gridato: Basta! proprio come Elia in fuga dalla regina Gezabele! Quante volte la fuga di Elia è la nostra fuga, il suo timore il nostro, attraversati come siamo dal suo stesso desiderio di lasciar perdere tutto e chiudere finalmente i conti con un legame, un affetto, forse persino con la stessa vita! E Pietro? Come lo sentiamo nostro compagno di sventura! Come ci sentiamo dubbiosi anche noi, cioè incapaci di avere un unico punto di riferimento (‘dubbio’, infatti, deriva da ‘due’)! Da una parte – proprio come lui – vorremmo dar fiducia al Signore che ci dice: vieni!, dall’altra vorremmo dar ascolto al terrore di quella realtà che sotto i nostri piedi risulta essere fluida come l’acqua. Di chi fidarsi?

Né Pietro né Elia possono dare per scontata la loro fede perché questa non è mai una realtà da dare per scontata. Nessun credente è esente dall’ora del dubbio e della stanchezza. Ci sono momenti in cui vorremmo dal Signore una parola rassicurante, un segno evidente che lui è davvero accanto a noi e non poche volte quei momenti sembrano diventare interminabili stagioni di silenzio, in cui la sua voce sembra non risuonare, e di aridità, in cui l’esperienza che viviamo sembra essere il luogo in cui scontiamo una condanna.

Forse, proprio come Elia, in certi frangenti vorremmo trovare riparo in una caverna quasi fosse il grembo materno entro cui cercare protezione. E proprio in quei frangenti sentiamo risuonare: Che fai qui Elia? Pietro perché hai dubitato? Quei momenti diventano per noi occasione per recuperare il perché più profondo della nostra vicenda. Elia deve confessare di essere soltanto polvere e Pietro di essere un uomo perduto. Entrambi vivono una pasqua, un esodo: da un cieco dogmatismo alla invocazione della salvezza e così imparare ad affidarsi senza false presunzioni.

Elia cercava un Dio che con forza e drasticamente ristabilisse una realtà tanto complessa com’era quella attraversata dal popolo d’Israele. Si ritrova, invece, un Dio che preferisce sussurrare, lasciar parlare il silenzio, accompagnare con pudore i passi dell’uomo senza dare in escandescenza, come il profeta avrebbe desiderato. È difficile stare a contatto con il Dio del sabato santo, il giorno in cui Dio sembra assente e silenzioso eppure è quanto mai presente ed eloquente. Non è forse questo il modo in cui Egli ha scelto di restare in mezzo a noi nell’Eucaristia? Gli occhi ti dicono: è solo un pezzo di pane!, la fede ti fa riconoscere il Dio che accompagna e sostiene i tuoi passi. Tra assenza silenziosa e presenza eloquente!

Il quando della fede… quando Dio sembra assente…

La fede comincia a germogliare proprio quando è sottratta ogni sicurezza, quando credi di essere giunto a un punto morto, quando non sembra esserci soluzione alcuna e ti senti schiacciato da quelle avversità che non hai saputo riconoscere per tempo.

Pietro ed Elia – e noi con loro – sono invitati a riconoscere la presenza del Signore così come egli vuol essere riconosciuto. Né la fuga per Elia né lo sprofondare nelle acque per Pietro sono un impedimento al fatto che il Signore si manifesti.

Guai a voler far coincidere Dio con le proprie idee su Dio o con le proprie aspettative nei suoi confronti. Quando questo accade tutto quello che si muove attorno a noi è percepito come un pericolo. Le situazioni con cui ci confrontiamo ci appaiono impari tanto che ci sembra di sprofondare. E, tuttavia, a sprofondare non sono anzitutto i nostri piedi quanto la nostra incredulità che ci fa pensare quel frangente come avverso a noi.

Forse, con più umiltà dovremmo definirci credenti, senza mai dimenticare che credente è il participio presente del verbo credere e non già un aggettivo che indichi una qualità sempre e comunque presente. Vale a dire: è il credere che fa di noi dei credenti, se, quando e nella misura in cui crediamo, nella misura in cui accogliamo in obbedienza la Parola di Dio e ci lasciamo guidare dallo Spirito. L’essere credenti non è mai una apposizione fissa della persona, tale per cui, qualunque cosa si faccia e si pensi, questa sia già una azione da credente, qualificata dalla fede.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 8, 2017 da in Omelie, Parlare di Dio... di domenica....
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