Che bello! – Trasfigurazione del Signore

Ma tu chi sei veramente? Cosa si cela dietro la tua persona? Di quale segreto devo ancora essere messo a parte?

Sono alcune delle domande che talvolta affiorano all’interno di un rapporto fatto di confidenza, di assiduità, di condivisione. Pietro aveva intuito che quel Gesù che seguiva da un po’, non era solo un grande rabbi, tant’è che glielo aveva detto: “Tu sei il Cristo!”. Però, era come se non avesse ancora colto cosa volesse dire fino in fondo quello che con tanta sincerità aveva proferito. Capita, no? Ci sono momenti in cui diciamo a qualcuno di essere la ragione della nostra vita e poi viene l’ora in cui questo lo tocchiamo con mano.

Quel giorno dovette essere un po’ così per Pietro, Giacomo e Giovanni. Chissà quante volte si saranno sorpresi a fantasticare su quell’uomo che tanto aveva inciso su affetti e mestieri. Conoscevano già da un po’ il Signore eppure intuivano che tanto sfuggiva alla loro comprensione: c’era qualcosa che egli non gli aveva ancora rivelato. Sotto quei panni c’era dell’altro. Fu così che si manifestò in tutto il suo splendore tanto da far esclamare stupito il povero Pietro: “Quanto è bello!”. Anzi: “Troppo bello!”. Pietro aveva toccato con mano che quello che aveva professato corrispondeva all’identità più vera dell’uomo che aveva davanti a sé: “Mamma che bello!”.

Abbiamo sempre letto queste parole di Pietro come una tentazione. Eppure, quell’affermazione traduce proprio il senso di ogni cosa. Non si va avanti nella vita, non si va avanti nella fede, non si va avanti in una scelta se non per un credito dato alla bellezza di un incontro o di una intuizione. È perché qualcosa, qualcuno ha sedotto il nostro sguardo e il nostro cuore che ci siamo avventurati per la strada che poi abbiamo intrapreso. “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”, ripeterà stupito Geremia (Ger 20,7).

Magari all’inizio non avevamo neppure le parole per spiegare cosa ci stava succedendo. Capivamo, però, che si trattava di qualcosa che segnava un prima e un poi. D’altronde, noi siamo fatti per l’incanto, noi siamo fatti per l’estasi, per la continua uscita da noi stessi. Siamo fatti per essere felici e per mettere le tende dove questa esperienza è resa possibile. Non è così anche per le nostre relazioni? La gioia dello stare insieme non nasce forse da ciò che si è assaporato in un momento?

Il guaio comincia proprio quando non ci stupiamo più, quando più nulla ci interpella, niente ci affascina tanto da ricadere in un ripiegamento mortifero.

Il problema, semmai, inizia quando si smarrisce la memoria di quel momento e  prevale una lettura cronachistica degli eventi senza riuscire a conferire diritto di parola a ciò che sembra in apparente contraddizione con quanto sperimentato. Pietro farà fatica a tenere insieme il Cristo trasfigurato e il Cristo sfigurato: il secondo verrà letto come la smentita del primo e il primo solo come una sorta di inganno, di illusione, tanto che nella notte delle consegne non tarderà a dire: “Non lo conosco”, ossia, “Non lo riconosco”.

La sfida, infatti, sarà coniugare la visione dell’inizio con la fatica del prosieguo. Per noi la validità di una esperienza è assicurata dal volerla eternare dimenticando che essa si invera proprio quando l’entusiasmo passa: l’innamoramento deve diventare amore, volontà di legare la tua vita all’altro, per sempre. Il compito è proprio riuscire ad informare ogni cosa di ciò che ha toccato il cuore: trasfigurare vuol dire non già cambiare la realtà, diventare un’altra cosa ma permettere a ciò che di più vero sei portatore, di venire alla luce. Un po’ come custodire in tasca l’immagine ricordo di ciò che ti ha messo in cammino. L’immagine del Gesù glorioso sarà continuamente da rispolverare nei momenti in cui tutto sembrerà remare contro: quando Giuda lo tradirà come quando nel Getsemani lo vedranno in preda all’angoscia, ai piedi della croce come nel silenzio del sabato santo. Sarà proprio quella immagine ricordo impressa nel cuore prima ancora che nello sguardo, a far sì che la storia non prenda una piega diversa. Non a caso il Padre continuerà a sancire la continuità dell’identità del Figlio: “Proprio questo Figlio”, è lo stesso che ora contemplate glorioso e che poc’anzi vi ha prospettato ciò che lo attende a Gerusalemme. A noi manca la grazia di questa continuità: le cose ci sembrano giustapposte e sconnesse. Per questo è necessario ascoltare lui: se è vero che la fede nasce da una bellezza intravista, scoperta, è altrettanto vero che la si conserva solo mediante l’ascolto.

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