Voce del verbo lasciare – XVI del T.O.

Dovremmo averlo capito: con il Signore, nulla è davvero come sembra.

Chi non lo riterrebbe sprovveduto perché sparge semi in ogni dove? E, invece, ostinato com’è, è convinto che persino la strada possa ancora fiorire.

Perché non estirpare quell’erba che rischia di soffocare la semente buona? E, invece, paziente com’è, sa che i giochi non sono ancora fatti.

Di certo, assai discutibile il suo approccio alla botanica. D’altronde, tutta discutibile la sua stessa vicenda. Dall’inizio alla fine lo si trova là dove non avresti scommesso: si comincia con i pastori e si finisce con due malfattori. E in mezzo non è che sia diverso: lo trovi con peccatori, con pubblicani, scommette su Zaccheo, si rivela alla Samaritana, offre la sua amicizia fino alla fine a chi era animato da tutt’altre intenzioni e incassa, invece, la tristezza per quel giovane che aveva amato e che, poi, non aveva accolto il suo invito.

Forse è poco, davvero poco quel che c’è nel cuore dell’uomo, ma quel poco vale la non estirpazione del male.

La parabola del buon grano e della zizzania, perciò, parla di come Dio stia di fronte all’uomo e di fronte a quel mistero che è il suo cuore. Nel cuore di ognuno è stato seminato del buon grano. Penso alla mia, alla nostra vita che è stata corredata di ogni dono di grazia.

Quante le occasioni mediante le quali, esplicitamente, Dio stesso si è preso cura di me!

Quante le esistenze a cui non mancava proprio nulla e che sono precipitate nel baratro del vuoto, del disordine! Per tutta una serie di motivazioni, a volte sembra che il buon seme sia come impedito di germogliare e portare frutto. Qualcos’altro finisce per avere il sopravvento.

Più che essere preoccupato del grano, a Dio starà a cuore che la zizzania abbia ancora l’opportunità di trasformarsi. Fino alla fine. Egli crede, infatti, che fino all’ultimo e persino nella condizione peggiore, ci sia ancora la possibilità di portare il frutto atteso: ne è un esempio il ladrone dell’ultima ora. Per questo chiede di diventare discepoli di quello strano verbo che, immediatamente, può sembrare una debolezza mentre, invece, è il verbo delle occasioni non più attese: lasciare. Era accaduto già col fico: lascialo ancora un anno. Accade con me. Quando tutto è lì ad attestare che non si riuscirà a cavare qualcosa di buono dalla mia esistenza, egli ripete: lasciate che crescano insieme. Chissà quante volte è già accaduto e quante altre accadrà ancora! Anche Dio spera, spera che io fiorisca, spera che io mi esprima per ciò per cui sono stato pensato e voluto. Capisco, così, perché l’apostolo Paolo mi ripeta: “e non vogliate giudicare nulla prima del tempo” (1Cor 4,5).

Gli impazienti, gli sradicatori sono uomini e donne dallo sguardo ristretto. Per loro esiste solo l’attimo presente e non riescono a cogliere il prima e il dopo di ciò che sta sotto i loro occhi. Non così Dio che manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono.

Il modo di agire di Dio non è solo qualcosa da ammirare ma insegnamento: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. Figli di Dio, sono secondo la Parola di Dio, coloro che sono pieni di dolce speranza, coloro che concedono all’altro, come Dio, una nuova possibilità, una nuova carta da giocare.

Perché mai? Perché la linea di confine del male non passa attraverso individui o gruppi, ma passa in mezzo al cuore di ogni uomo, per cui nessuno di noi può illudersi di essere totalmente al di qua o al di là di quella linea. Quanto avremmo bisogno di diventarne sempre più consapevoli allorquando siamo attraversati da mire giustizialiste! Ci attraversa tutti il bisogno di separare, distinguere, dichiarare, condannare, protestare, giudicare. Quanto zelo religioso, forse, ma nient’affatto evangelico anima non pochi credenti! Non poche volte, infatti, proprio questa nostra irruenza nel perseguire una giustizia implacabile, finisce per nascondere dei mali segreti che ci portiamo dentro senza volerli riconoscere. Se Dio che è l’unico a poter dire con esattezza chi è frumento e chi zizzania non lo fa, quanto più noi!

Non preoccuparti, perciò, della zizzania, occupati del buon grano che è in te. Imparare a guardare tutto con l’ottica del buon grano, liberandoci dai falsi esami di coscienza che vorrebbero solo limitarsi a quantificare il male. La nostra coscienza è chiamata a scoprire prima di tutto ciò che di vitale e di promettente Dio ha seminato in noi e fare in modo che porti frutto. Il giudizio sulla nostra vita non sarà l’indagine sul male fatto, ma sul bene compiuto o omesso. Il bene possibile, d’ora in avanti, è più importante del tuo male passato o presente.

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