Un cammino di riconciliazione – Sabato XIV del T.O.

Giuseppe è per antonomasia la figura dell’uomo giusto, l’immagine dell’uomo in cui Dio si compiace: onesto, leale, incorruttibile, uomo.

La sua storia è un lungo pellegrinaggio compiuto alla ricerca dei fratelli, un pellegrinaggio durato tutta la vita.

Giuseppe sarà sempre letto come “figura” di Cristo venuto sulla terra per cercare i suoi fratelli. Come Gesù, egli è rigettato dai suoi fratelli; sarà venduto come Gesù è stato venduto da Giuda; diventa come “la pietra scartata dai costruttori”, che alla fine sarà motivo di salvezza per i suoi fratelli.

Nelle trame della sua avventura c’è una consapevolezza: Dio è presente anche nell’oscurità: «Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita» (Gen 45,3-8).

Apparentemente nel racconto sono in primo piano i litigi dei fratelli, gli odi reciproci, la crudeltà di fronte alla sofferenza di Giuseppe, la menzogna dei fratelli di fronte al padre. In realtà, in primo piano è Dio, che ha guidato la storia: «Dio mi ha mandato qui». Dio, attraverso vicende umane oscure, apparentemente assurde, chiede ad alcuni di essere tramite di salvezza per altri.

Qui sta la chiave per rileggere anche la nostra storia: Dio c’è e tanto basta. Giuseppe, pur non comprendendo ciò che gli accade, fa esperienza di non essere abbandonato, di avere un futuro, di poter credere in un progetto.

Giuseppe è definito il sognatore. Che cos’è il sogno? È un momento di grazia che rende l’uomo partecipe dello sguardo di Dio su di lui, sulla vita, sulla storia.

Passo per passo, Giuseppe si lascia guidare dagli incontri, dagli eventi, in maniera che si dischiude tutta la sua vocazione. In tutto, Giuseppe riconosce Qualcuno che gli parla.

I suoi fratelli, invece, vivono sottomessi ad una logica di invidia. Che cos’è l’invidia? È il non accogliere l’opera di Dio nell’altro, non accettare che Dio si serva dell’altro in una maniera diversa dalla tua. Perciò essa è alleata dell’odio: un amore unicamente preoccupato di sé e ingelosito per il bene altrui.

I fratelli non sopportavano il modo diverso del padre nel trattare i figli. Non è che essi aspirassero ad un amore diverso: avrebbero voluto solo che Giacobbe amasse di meno.

Come è ovvio, i fratelli non osano parlarne al padre. Il destinatario vero della loro invidia e perciò del loro odio, non è Giuseppe ma il padre: non accettano il suo modo di agire.

Ritorna qui il peccato delle origini: il non credere al modo in cui Dio ama. Il peccato di Adamo nasce dal grande sospetto che Dio, in fondo, abbia proibito di mangiare dell’albero posto in mezzo al giardino solo perché egli è geloso dell’uomo.

Problema di sempre:  la presenza dell’altro, nella vita sociale come in quella ecclesiale, ci ricorda continuamente che sebbene ciascuno di noi sia unico, in realtà non è mai l’unico. L’altro ti toglie l’esclusiva.

I fratelli di Giuseppe decidono di eliminarlo proprio quando prendono sempre più coscienza che pur essendo figli dello stesso padre, si è diversamente figli e, quindi, diversamente fratelli. Quando non si riesce a stare a contatto con la propria condizione, fa capolino la violenza, nella convinzione che l’eliminazione fisica dell’altro.

Chi cerca i suoi fratelli, ci ripete Giuseppe, deve prepararsi al fenomeno dell’eliminazione: prima o poi, in un modo o nell’altro, avviene.

 “Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano” (Gen 39,2). Il Signore scende con lui fin negli abissi dell’essere reso cosa, oggetto. Se il Signore è con Giuseppe, questo è il segno che Giuseppe ovunque vada porta con sé la benedizione promessa ai patriarchi. E attira la benedizione anche su chi lo accoglie.

Ora, il fatto che il Signore sia con Giuseppe non è garanzia di una storia a lieto fine o che gli venga risparmiata la sofferenza. Significa, invece, quello che Sap 10,13 attesta: “la sapienza scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene”. L’essere di Dio con noi non ci risparmia né di essere venduti né di venire ingiustamente imprigionati.

Giuseppe non resta bloccato su ciò che gli accade. Divengono per noi illuminanti i nomi che egli darà ai suoi due figli:

  • il primo lo chiamerà Manasse, “perché, disse, Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre” (41,51). Dimenticare per ricordare: quel nome che pure esprime la grazia del poter dimenticare diventa anche memoria continua di ciò che è stato dimenticato. Ed è un ricordare non con rancore o vendetta. Infatti, non è Giuseppe ad aver dimenticato ma Dio che gli ha fatto dimenticare;
  • il secondo lo chiamerà Efraim, “perché, disse, Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione” (41,52). Efraim diventa memoria dei benefici ricevuti. Se Manasse è memoria della possibilità di dimenticare, Efraim è memoria della possibilità della gratitudine.

Le condizioni per la riconciliazione:

  • Giuseppe deve imparare a contenersi, a oggettivare la situazione: «Entrò nella sua camera e pianse. Poi si lavò la faccia, uscì, e, facendosi forza, ordinò» (Gen 43,31).
  • I fratelli erano uniti nell’eliminazione del fratello, ma divisi nel modo di attuarla. Per riconciliarsi è necessaria la presa di coscienza dell’unità familiare. Quando Giuseppe li accuserà di essere delle spie essi risponderanno: «”Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Canaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c’è più”» (Gen 42,10-13). Non dicono “undici”, ma “dodici” perché messi alle strette ritrovano la consapevolezza della loro unità, fino a considerare nel numero colui che avevano eliminato.
  • Un’altra condizione è la fedeltà ritrovata verso il padre che accettano con il suo amore preferenziale per Giuseppe e per Beniamino. Nell’amore dei fratelli per il padre e per Beniamino, Giuseppe può leggere il superamento dei motivi che hanno portato alla sua eliminazione e si sente accolto, amato anche lui.

La storia di Giuseppe ci ricorda che la relazione si costruisce a partire da una posizione  di grandezza che si contrae, di forza che protegge e non schiaccia, di debolezza che rischia.

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