Lo stile dell’accoglienza – Prepararsi alla XIII del T.O.

La pagina della I Lettura ci narra di una condizione di sterilità – così frequente nelle pagine del Libro Santo – che diventa immagine e segno della presenza trasformante di Dio all’interno delle nostre pochezze e delle nostre fragilità. Là dove l’uomo sperimenta la sua impotenza, il senso del limite e la condizione di scoraggiamento, proprio lì ci attende il Dio della vita.

Ma, stando al racconto, il miracolo non sgorga da un grido di dolore che squarcia le nubi di Dio. Non c’è nessuna richiesta, non si chiedono grazie. Solo, la delicatezza di quella accorta padrona di casa compie dei gesti reali di accoglienza e di ospitalità. Eliseo, il profeta, stanco del suo pellegrinare, vi trova sempre un pasto caldo, una piccola camera al piano di sopra, un letto, un tavolo, una sedia e una lampada.

Non manca nulla della delicatezza femminile che si traduce in amore gratuito, trasparente.

È proprio qui che sgorga il miracolo come ricompensa per lo stile di ospitalità che tanto ci commuove quando è praticato nei nostri confronti.

Dietro tanti gesti di ospitalità e di cortesia, frutto molto spesso di una bella tradizione, si nasconde e fa capolino lo stesso Signore Gesù. Non ti accorgi, non ci fai caso, ma piano piano vedi che quell’ospite inatteso, che ti bussa all’uscio di casa è la stessa presenza del Signore.

Quante di queste situazioni sono narrate nella Scrittura! Abramo, un pomeriggio afoso, alzando gli occhi vide tre personaggi affaticati e sudati e nell’accoglierli accolse degli angeli, anzi Dio stesso. E tante altre situazioni che la Scrittura dipinge con colori e paesaggi diversi, riportano un’unica conclusione di meraviglia: “Ho ospitato il Signore”.

Quale consegna per noi? Uno stile: lo stile di chi tiene le porte spalancate, lo stile di chi corre allo squillo del campanello oltre la freddezza distaccata del citofono, lo stile di chi si affaccia alla finestra, lo stile di chi attende nel cuore e nel volto lo sposo, il Signore Gesù, appena arriva e bussa alla porta.

Vale a dire educarsi ad un cuore grande, ad allargare la tenda della propria casa. A vivere non sprangati, ma con l’orecchio teso alle chiamate del vicino, oltre la propria madre o padre o figlio o figlia (cfr. Mt 10,37).

Cosa può significare questa pagina proprio all’inizio dell’estate che è un tempo di grazia, se lo si vive con la capacità di riconoscere in chi incontro non un turista soltanto, ma un fratello che mi porta una cultura e che con la mia cultura ritorna arricchito, per uno scambio naturale di doni, spesso al di là della stessa comunicazione verbale perché una lingua fa ancora da barriera.

E non è solo questione di ospitalità momentanea. Ne nasce uno stile di vita, un’impostazione di famiglia basata sull’accoglienza. Che si impara adagio adagio, nei gesti di ogni giorno. In casa e fuori.

In casa, quando ti fai promotore di accoglienza nei confronti di chi vive un momento di fatica o provi ad allargare lo spazio della tua tenda contribuendo al sostegno di qualche piccola iniziativa di carità.

A scuola, quando aiuti i ragazzi a guardare fuori dalla finestra del loro piccolo mondo, quando insegni loro a leggere il destino dei popoli non in base alle armi, ma alla cura di chi è nel bisogno.

Tra gli amici di gioco, quando li inviti a casa, a giocare con tuo figlio o a dialogare con tua figlia. Magari ti sporcheranno il pavimento ma hai provato ad allargare il tuo cuore.

Nella comunità cristiana, quando non ci si accontenta di assolvere al mero precetto festivo ma ci si fa carico del cammino della comunità partecipando ad iniziative, sostenendo progetti, provando ad uscire da una religione privata.

E così, i gesti di ospitalità momentanea e lo stile di accoglienza germinano nel più coraggioso ed esigente stile di solidarietà. Si tratta di passi progressivi, sempre più legati tra loro. La solidarietà, infatti, non solo apre le porte o accoglie, ma cammina con… il fratello che tu incontri sulla tua strada. Non sei tu che decidi se aprire le porte. È lui che ti chiede di condividere un pezzo di strada sul sentiero della vita a qualsiasi condizione sociale o morale appartenga. Pensiamo solo alla solidarietà con chi cerca, angosciato, la verità. Farsi compagni di viaggio di chi è smarrito, solo, triste, vuoto di Dio, perché lo sente lontano.

Tutto questo cammino di condivisione, dall’ospitalità all’accoglienza per sfociare nella solidarietà, è possibile ad una sola condizione: perdere la propria vita, nella consapevolezza che chi avrà trovato la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”(Mt 10,39).

 

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