Per chi vivi? – Prepararsi alla liturgia della XII del T.O.

Vi confesso che ho fatto non poca fatica a stare sulle pagine che oggi il Libro santo ci consegna. Il messaggio di questa domenica si fa chiaro se diventa evidente la domanda che vi soggiace: per chi vivi? E lo accetti se la tua risposta è: per il Dio di Geremia, per il Padre di Gesù Cristo.

La Parola ci mette dinanzi la situazione in cui il profeta si trova a vivere e operare abitualmente. Il luogo della profezia è la conflittualità. Geremia è un uomo provato, umiliato, perseguitato, sospettato. E come se non bastasse, a tutto ciò che i suoi nemici tramano contro di lui si aggiunge il silenzio di Dio. La sua è un’esperienza di solitudine da una parte e di abbandono dall’altra.

Geremia vorrebbe vivere tranquillo e mantenere rapporti cordiali con tutti. Il Signore, invece, gli affida una parola che brucia, che taglia, che manda all’aria previsioni ottimistiche, una parola che denuncia.

Si tratta di un messaggio che prima ancora di raggiungere i destinatari, provoca lacerazioni profonde nel cuore del profeta stesso. Così, Geremia finisce per diventare un guastafeste, un uccello di malaugurio. Lui vorrebbe formarsi una famiglia come tutti, ma la missione affidatagli nel disturbare la quiete altrui, finisce per mandare in frantumi anche il sogno di una vita regolare.

È proprio in questo contesto che si apre uno spiraglio: “Il Signore è al mio fianco”. Questo è il motivo per cui il profeta non ha bisogno di difendersi, di giustificarsi. Ha affidato al giudizio di Dio la sua situazione. Tuttavia Dio non interviene per ripararlo dai colpi

Anche il vangelo continua sulla stessa linea: per l’apostolo la contestazione è una sorta di statuto esistenziale. È normale che venga contestato, minacciato, ostacolato. Il credente è sotto la paterna protezione di Dio e nello stesso tempo esposto a tutte le prove. C’è sempre qualcuno che vorrebbe ridurlo al silenzio, toglierlo di mezzo.

La posta in gioco si fa seria per tutti.

Chi ha una ragione per morire rende manifesta la ragione che ha per vivere. E per un discepolo di Cristo questa ragione ha un nome, un volto: quello del suo Maestro, Gesù di Nazaret.

Il martirio non è un’impresa eroica, il gesto di uomini valorosi, è piuttosto il naturale evolversi di una vita donata. “So che non siamo migliori, né degli eroi, né nulla davvero di straordinario… C’è qualcosa di singolare nel nostro modo di essere chiesa, di reagire agli eventi, di attenderli, di viverli. C’è una certa consapevolezza, come se fossimo responsabili non di qualcosa da fare, ma di qualcosa da essere, qui, come risposta di verità, risposta di amore”.

Guardando all’esperienza dei tanti fratelli che hanno versato il sangue per la causa del vangelo, potremmo dire che tutto nella loro vita ci consente di affermare che non sono morti diversamente da come sono vissuti: in un rinnovato dono di sé e della propria vita.

In questo modo la stessa morte non è la fine ma il compimento, compimento di una vita che, come dice un proverbio sufi non ha atteso di morire per morire.

Noi viviamo in un contesto storico in cui come credenti siamo chiamati a rendere il martirio della speranza, la testimonianza della speranza. Questo è il rischio da vivere quotidianamente, discostandoci dal quale non abbiamo nulla da dire dell’evangelo al mondo di oggi.

Ma dove radica per noi, per ciascuno di noi la possibilità di esprimere fino alle estreme conseguenze la nostra appartenenza al Signore Gesù? Mi pare radichi nella esperienza di un cuore rinnovato, di un cuore che si è lasciato toccare dall’abisso dell’amore di Dio al punto da diventare missionario nei confronti di ogni uomo. E non per fare proselitismo, quanto per condividere una esperienza di vita, secondo quella felice espressione che dice: il missionario è un povero che va a dire ad un altro povero dove tutti e due possono trovare pane in abbondanza.

La testimonianza della speranza affonda le sue radici nella tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri, che tiene conto delle mie cose più fragili ed effimere: mi conta i capelli in capo. Sono un passero che ha il nido nelle mani di Dio, eppure ho paura, perché i passeri continuano a cadere a terra, continuano a morire bambini a migliaia, venduti per poco più di due denari. Lui lo sa e ripete per tre volte: Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore. Neppure un passero cade a terra senza che Dio lo voglia. Ma allora è Dio che spezza il volo? È Lui che vuole la morte? No. La parola greca (aneu) non evoca il volere di Dio, ma significa «senza Dio, lontano da Dio, senza che lui ne sia coinvolto». Nulla accade nell’assenza di Dio.

Comprendiamo così l’urgenza della evangelizzazione non come la crociata del dogma cattolico, quanto l’esperienza di una compagnia, di una fraternità ricercata e vissuta fino alla fine, anche a prezzo del sangue.

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

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