Di casa tra gli uomini – Prepararsi alla domenica (Corpus Domini)

corpus dominiSono lontani gli anni in cui da ragazzini eravamo più che disposti ad accordare un certo credito di fiducia alla suora o alla catechista che tentava di spiegare quanto era “bello accogliere Gesù nel cuore”. E poi, ahimè – non so per voi – la delusione di scoprire che quel pane, almeno al gusto, non aveva nulla di eccezionale. Non sapeva nemmanco di pane. Ma non si poteva contraddire la suora e perciò ci ritrovavamo a confermare che era davvero bello accogliere Gesù nel cuore.

Ho sempre intuito che di questo sacramento ci sfuggivano molte cose. Mistero, l’Eucaristia, da accostare come stando sulla soglia. Soglia troppe volte varcata con la pretesa di essere già entrati in intimità con Dio.

Forse – oggi più che mai – abbiamo bisogno di abbandonare quelle immagini stucchevoli che ci siamo fatti di Dio se vogliamo accostarci al Dio vivo e vero.

L’Eucaristia, infatti, narra chi è Dio, quale volto ha, con quale nome lo si può chiamare.

Nato in una religione dominata dalla legge, fortemente segnata dalla distinzione tra sacro e profano, adoratrice di un Dio geloso che con mano forte aveva assicurato al suo popolo il diritto di uccidere pur di mantenere la sua identità, Gesù vedeva sfigurato il volto del Padre in quella maschera di un Dio garante dell’ordine costituito. Non poteva fare a meno di essere altro e quindi di essere ritenuto lui stesso peccato, fatto maledizione. Non poteva tollerare una religione che chiamava peccatore un cieco, inutile una bambina solo perché femmina, impura una donna mestruata, popolo maledetto chi era colpevole di limitarsi a vivere la legge pur senza averla studiata. E poco alla volta aveva accolto tutti quegli emarginati facendoli sentire preziosi ai suoi occhi e a quelli del Padre rimandandoli nel mondo ad annunciare la tenerezza di Dio.

Aveva avuto gesti di attenzione – unilaterali e incondizionati – per chi di umanità aveva solo brandelli, per soggetti che agli occhi dei più erano ritenuti inaffidabili e impuri, senza alcuna possibilità di avere accesso a Dio. A loro aveva annunciato e fatto sperimentare che ci si può fidare del Padre il quale abbraccia il figlio perduto quando è ancora sporco e maleodorante.

Comprendiamo come questo non poteva che essere parlare di un Dio altro, irriconoscibile per chi aveva passato tutta la vita nella casa paterna senza mai pretendere “un capretto per far festa con gli amici”.

Con questo Dio altro, al centro c’è l’uomo, così com’è. Al centro c’è l’amore. A salvarci non sarà una legge ma la fiducia incondizionata nel Padre.

E così a Cafarnao e nell’ultima cena Gesù attesta che Dio è solo ed esclusivamente un pezzo di pane e un sorso di vino. Il pane, lo sappiamo, ha un solo senso: far vivere, nutrire, sostenere. Che Dio si riveli in un pezzo di pane sta a significare che la passione che lo abita è quella di far vivere. Il pane è dono per la vita di chi se ne ciba. Chiunque esso sia! Il solo luogo dove possiamo fare esperienza di Dio è l’uomo che spezza la sua vita per gli altri, per la vita degli altri. Chi vive la sua vita come dono non afferra mai l’altro con violenza, non se ne appropria.

Il vino ha, poi, una sola funzione: rallegrare il cuore dell’uomo. Segno della gioia che si espande, il vino è capace di trasformare un gruppo di uomini in una fraternità in cui ci si fida gli uni degli altri. Che Dio si riveli in un sorso di vino sta a significare che il suo desiderio più vivo è la gioia dell’uomo.

Pane spezzato, vino versato anche quando incontra la misteriosa resistenza degli uomini. Anche allora Dio scende negli inferi della nostra debolezza e si lascia spezzare e versare fino all’estremo. Un amore che per non dissociarsi mai dall’uomo può tutto, anche consegnarsi alla morte. Dio che muore.

Chi si nutre di quel pane e beve di quel vino da creatura amata diventa creatura in grado di amare, capace di diventare a sua volta pane-per-gli-altri, esistenza donata fino alle estreme conseguenze, pur di non spegnere mai la passione della vita nei fratelli.

Il pane spezzato e il vino versato segno di un Dio che vuole stabilire comunione: un Dio che gioisce con chi gioisce, un Dio che si fa povero con i poveri, profugo con chi è straniero, partecipe intimamente della sorte di ogni uomo.

L’Eucaristia è lì a ricordarci che Dio si affida a noi, alle nostre mani, mani di tradimento. Le parti sono rovesciate: questo ci rammenta ogni volta il sacramento che celebriamo. Del resto già Gesù ci aveva abituati a questa inversione di parti quando si identificava con il bisognoso che fatica a vivere e attende aiuto. Un Dio che attende il pane, il vestito, la visita, la liberazione, lo sguardo, l’acqua… L’Eucaristia proclama questa follia di Dio.

Dio nelle mani dell’uomo. Senza uscite di sicurezza e senza corsie preferenziali. Nessuno interviene in suo favore quando Giuda lo consegna e Pietro lo rinnega. E in più non fa nulla per divincolarsi da quelle mani di tradimento. E proprio mentre viene eliminato rivela il senso del suo essere venuto in mezzo agli uomini.

L’Eucaristia: il segno di un Dio che sceglie di abitare tra gli uomini. Un Dio di casa con loro e tra loro. Così come sono.

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