Ma tu ti fidi di me? – V di Pasqua

Il clima non era certo sereno: l’aria s’era fatta pesante. L’uscita di Giuda dal cenacolo, le parole di Gesù e il gesto della lavanda durante la cena delle consegne, tutto lasciava presagire  che di lì a poco nulla sarebbe stato come prima. Per questo, Gesù aveva dovuto rassicurare i suoi invitandoli a vincere il naturale turbamento che si stava impadronendo dei loro cuori: “Non sia turbato il vostro cuore”.

Ma neanche le sue parole servirono. Tant’è che chi più chi meno diedero prova di aver capito ben poco di quell’uomo con cui avevano condiviso una intensa comunione di vita senza accedere, però, alla verità della sua persona. Accade, talvolta, di stare accanto ad una persona e non aver colto nulla dei pensieri del suo cuore, della verità dei suoi gesti.

Eppure, quale fortuna era loro capitata se, per stargli appresso, non avevano esitato a ripensare tutto di loro, affetti e mestieri. Tant’è: si può lasciare tutto in nome di Dio senza aver compreso nulla di questo Dio. Un giorno Gesù dirà che si può addirittura profetare nel suo nome, operare prodigi e non averlo mai conosciuto fino in fondo.

E così, Tommaso prima, Filippo poi non tardarono a palesare le loro incomprensioni. Gesù stava parlando del suo prossimo ritorno accanto al Padre da dove era venuto e Tommaso credeva si trattasse di uno spostamento geografico da un luogo ad un altro per conoscere il quale era necessario avere precise indicazioni.

A lui, con tanta pazienza, Gesù dovrà ripetere che se vorrà sapere quale strada imboccare, sarà necessario ripercorrere le sue stesse orme. Standogli dietro, infatti, ossia ripetendone lo stile, sarà possibile accedere alla comprensione della verità sulla propria esistenza: ciascuno è un figlio amato per il quale Dio, il Padre, non ha esitato a consegnare se stesso. Solo la comprensione di questa verità è motivo per accedere alla vita in pienezza, quella che dura per sempre. Ma quanta fatica a percorrere quella strada e a battere quel sentiero! Di lì a poco, lo stesso Tommaso che pure si era detto pronto ad andare a morire con il Signore, farà in fretta a ripiegare su tutt’altra strada, quella della fuga e dell’incredulità.

Accanto a lui Filippo.

Chissà cosa deve aver pensato allorquando, alla sua richiesta di poter finalmente conoscere qualcosa di Dio, Filippo si era sentito rispondere: “Possibile? Ma allora non hai capito proprio nulla. Tu il Padre hai modo di vederlo in ogni istante dal momento che condividi la vita con me”. No, Filippo non aveva capito granché. Sì, certo, Gesù lo affascinava, nulla da dire. Infatti, si era fidato di lui tanto da legare la sua vita a quella del Maestro, ma credeva che Dio fosse qualcuno inaccessibile, qualcuno che mai più si sarebbe degnato di spartire la vita con lui e con gli altri, qualcuno da raggiungere attraverso chissà quale strano percorso. E, invece, era lì, ogni giorno accanto a lui.

Pur conoscendo Gesù molto bene non era ancora stato in grado di riconoscere chi egli fosse davvero. Per Filippo, ma non solo per lui, la ferialità non si addice a Dio, il dimesso non può essere il suo vestito, l’irrilevanza non può appartenergli, il sottotono non gli si confà.

Accade anche a me: ho dimestichezza con il Signore, mi sento a casa con lui, ma forse ho capito ancora ben poco di lui. Forse anch’io mi attendo chissà quale rivelazione che finalmente mi rassicuri di essere finalmente alle prese con Dio.

Come ci rileggono le parole che l’Innominato de “I Promessi sposi”, rivolge al Cardinal Federigo, quando esclama: “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”.

Il problema, sembra dire Gesù, è il nostro immaginario su Dio per scardinare il quale ce ne vuole. Alla generazione di Gesù non bastò neppure la sua presenza fisica in mezzo a loro per convincerli che Dio non coincide con quello che da sempre gli uomini hanno finito per attribuirgli. Penseranno addirittura che le opere compiute da Gesù non venivano da Dio ma dal suo oppositore.

Per questo, con parole tanto umanissime quanto accorate, Gesù non poté non chiedere al Filippo di sempre: “Ma tu ti fidi di me?”

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