A partire dalla voce – IV di Pasqua

Solo il Signore poteva operare un simile accostamento. Parla, infatti, del rapporto tra lui e l’uomo di ogni tempo proprio come quello che potrebbe esistere tra le pecore e il loro pastore, un rapporto fatto non di estraneità ma di incontro, anzitutto, di comunione di vita e quindi di reciproco riconoscersi, un rapporto in cui il ritorno dell’uno è motivo di gioia per l’altro, una relazione in cui il ritorno è atteso e preparato.

Quando parla del rapporto tra pastore e gregge, i toni sono quelli della discrezione e del rispetto, un rapporto in cui il pastore non la fa da padrone che usurpa e pretende ma sta di fronte a chi gli è affidato in punta di piedi. Solo lui poteva parlare così e solo lui poteva indicare in questi tratti i segni caratteristici di chi è pastore secondo il suo cuore: la sicurezza del gregge, infatti, è tutta nell’attenzione di chi le guida.

Il pastore, ovvero chiunque abbia autorità su altri (il genitore, l’educatore, l’uomo della cosa pubblica, l’amico, il prete), afferma Gesù, lo riconosci dalla voce: non ha bisogno di urlare ma di coinvolgere, non di picchiare ma di indicare, non di agitare ma di rassicurare, non di costringere ma di sollecitare, non di bistrattare ma di promuovere. La voce, infatti, è molto più di un insieme di suoni: è il tono che fa la musica, si dice. Il timbro che usi dice già in che modo ti poni di fronte all’altro. Il modo in cui tu parli dice tanto di quello che porti nel cuore.

Quante parole urlate nella convinzione che in questo modo si è sicuri di venire ascoltati dimenticando che se il bastone è il segno dell’autorità, solo la voce è indice della tua autorevolezza.

Un giorno, tramite il profeta Osea, il Signore userà una immagine tra quelle più seducenti. Per riconquistare la fiducia del suo popolo prometterà di portarlo nel deserto per parlargli sul cuore. Si parla sul cuore a indicare l’intimità, la comunione, la voglia di ricominciare. Così fa Dio, questo è Dio.

La voce di Gesù doveva essere senz’altro particolare se è vero che la samaritana non potrà non riconoscere che mai un uomo le aveva parlato come quell’uomo incontrato al pozzo di Giacobbe; doveva essere autorevole se la folla non tarderà a riconoscere che mai nessuno aveva parlato come parlava quell’uomo; doveva essere riconoscibilissima se alla Maddalena basterà sentire pronunciare il suo nome per riconoscere in quell’uomo che le parlava il Maestro; doveva essere unica per far ardere il cuore nel petto ai due di Emmaus mentre conversava con loro lungo il cammino; doveva essere affidabile se conquisterà l’amore di Pietro dopo il triplice rinnegamento.

La voce tradisce la passione che ti anima, l’intenzione che ti guida, la convinzione che ti muove. Quante volte dalla voce riconosciamo ciò che l’altro avrebbe voluto dirci davvero! Non abbiamo mai detto a qualcuno: la voce ti ha tradito? Perché volevi fare il duro ma la voce si è rotta nella commozione o volevi fare il compassionevole ma essa ha manifestato la tua durezza.

Tanti ci chiamano mettendo insieme le sillabe che compongono la nostra identità anagrafica, ma solo uno ci conosce per nome, ovvero sa di cosa è impastata la mia vita, sa quali bagagli sono costretto a portare, quali attese custodisce il mio cuore, quali ferite sono ancora da rimarginare, quali intuizioni sono in grado di farmi vibrare. Non si spiegherebbe altrimenti, infatti, che al solo passaggio lungo la loro vita, Gesù sia riuscito ad attirare a sé gli animi più diversi, da Pietro a Giovanni, da Matteo a Natanaele. L’essere stati chiamati per nome dice un essere stati custoditi nei pensieri e nel cuore di Cristo prima che sulle sue labbra. Che qualcuno pronunci il mio nome significa che quel qualcuno mi ha intravisto e riconosciuto fra altri: e chi di noi non risuona positivamente di fronte ad una simile esperienza?

E quando chiama per nome la proposta non è mai quella di un intruppamento ma quella dell’essere portato fuori, ossia godere della libertà propria di chi sa di aver messo radici in un amore che non viene meno perché è da sempre ed è per sempre. Tutto questo a un patto: che lui vada avanti per indicare la strada e aprire la pista. Quando le posizioni si capovolgono, infatti, è la fine: mi smarrisco.

Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

L’essere chiamati per nome ha un solo scopo: avere la vita in pienezza. Dio ha un solo desiderio che l’uomo viva da figlio e viva, perciò, della sua stessa vita. Ne ho il desiderio?

La vita che promette e dona non è anzitutto quella necessaria, indispensabile, il minimo per sopravvivere. No, è la vita centuplicata. Se solo ripercorressimo la storia della salvezza a partire dalla categoria del di più troveremmo che egli offre la manna per quarant’anni nel deserto, il pane per cinquemila uomini, le anfore riempite fino all’orlo, l’acqua trasformata nel vino eccellente, la pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ne lascia uno, il vaso di nardo prezioso e la casa riempita di profumo.

Così fa Dio, questo è Dio.

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