Frequentare l’inedito – IV di Pasqua

porta apertaUna di quelle pagine che ti fanno tirare un respiro di sollievo, quella appena proclamata. Parole che ti prendono al cuore.

Parole, quelle odierne, fiorite in un clima polemico, teso, asfittico. Gesù aveva appena generato alla luce un uomo cieco dalla nascita e c’era chi aveva da ridire sulla liceità di un tale gesto in giorno di sabato. Qualcuno, insomma, invece di appassionarsi a ciò che era accaduto, era piuttosto risentito di quell’accadere. È sabato!, aveva gridato. Pazienza, aveva risposto il gesto di Gesù. Quando accade qualcosa del genere, sabato o non sabato, dentro e fuori la religione, c’è di mezzo Dio. Anzi: d’ora in poi riconoscerete che c’è di mezzo Dio quando qualcuno riprende a vivere e a sperare, dentro e fuori la religione, appunto. Li c’è Dio. Non altrove, non dove sono rivendicate appartenenze o sbandierate primogeniture.

Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Ecco ciò che sta in cima ai pensieri di Dio. Ecco il suo progetto. Ecco il senso e il progetto di una comunità cristiana: promuovere vita.

Un Dio a cui sta a cuore non la sua sorte ma la mia. Un Dio che si prodiga non per la sopravvivenza, non per uno scampolo di vita ma per la vita in abbondanza. Un Dio che non compie alcuna violazione di domicilio: entra per la porta. Anzi, in Ap 3,20 dirà addirittura che sta alla porta e bussa. Un Dio alla tua porta. Un Dio al quale bisogna – se lo si vuole – aprirgli da dentro. Nessuna forzatura. E io respiro al pensiero che Dio è così. E sogno una Chiesa così.

Un Dio dinanzi al quale non sono mai un numero o un caso ma nome e volto e storia: chiama ciascuno per nome. Ci sorprende sempre scoprire che qualcuno ci chiami per nome magari in mezzo a tanti altri. Ne conosciamo tutti il fascino e il sussulto. L’essere chiamati per nome – un Dio che fa l’appello – non per un rendiconto ma per essere condotti fuori. Parole-progetto che Gesù pronuncia nell’atrio del Tempio. Quell’atrio-recinto da cui lui viene a condurti fuori. Anzi, la traduzione esatta sarebbe spingere fuori, gettare fuori. Un Dio buttafuori dai luoghi del risaputo, da quegli spazi ristretti e soffocanti di un recinto o di una istituzione. Tratto di Gesù poco frequentato da noi, quello del buttafuori, presi come siamo dalla smania di portare tutti dentro. Dentro, dove? mi domando. Dove si patisce l’angustia della visione? Fuori, ripete lui. E io respiro al pensiero che Dio è così. E sogno una Chiesa così.

La proposta di Gesù è un appello alla tua libertà: preferisci rimanere nel chiuso di un recinto, essere ricacciato in schemi di vita rassicuranti (oggi di nuovo di moda dentro la Chiesa) o gustare l’abbondanza e la varietà dei pascoli che puoi trovare solo fuori? Preferisci essere rinchiuso nel recinto di uno schema o di verità assolute e lasciato a gestire spazi angusti, ad eseguire in maniera rassegnata ordini impartiti dall’alto o lasciarti sospingere dove Dio conduce i suoi discepoli? E io respiro al pensiero che Dio è così. E sogno una Chiesa che non abbia paura di lasciarsi condurre fuori.

E in questo esodo verso la libertà lui è apripista, cammina davanti, inventa strade. Gli sta a cuore il futuro non il rimpianto. A me una tale prospettiva seduce, affascina… e non poco. Certo, lo sappiamo per esperienza, per quanto una tale prospettiva ci prenda, noi la temiamo. A volte preferiamo l’orizzonte ristretto – il recinto, appunto, quello delle nostre convinzioni come quello delle nostre tradizioni – a cui siamo stati abituati piuttosto che patire l’insicurezza di un luogo aperto o frequentare l’inedito. Di nuovo veniamo rassicurati da Gesù il quale alla fine del cap. 10 proclama che nessuno può rapirci dalla sua mano. Un Dio che ci offre la sua mano, quella di uno che non ti molla se solo gli consenti di lascarti prendere per mano. E io respiro al pensiero che Dio è così.

E poi l’immagine della porta non destinata a rinserrare ma a favorire transiti: entrerà e uscirà e troverà pascolo. Non una porta che si apre e si chiude ma una porta che facilita il passaggio. E sogno una comunità cristiana capace di favorire passaggi, una comunità che non erge muri, barriere, difese, comunità non stanziale, non preoccupata di stabilire gradi o criteri di appartenenza, ma solo consapevole di essere un riparo per la notte e consapevole che il pascolo è fuori.

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