La forza della domanda – III di Pasqua

Erano convinti che, per trovare pace, bastasse lasciarsi alle spalle Gerusalemme e la combriccola degli illusi come loro. In realtà, a mano a mano che procedevano verso Emmaus scoprivano che le cose non stavano proprio così. Anzi: a volte capita che persino a distanza di tempo riaffiori un mondo che credevamo morto e sepolto. Infatti, proprio mentre avevano preso la via del ripiegare verso casa, ecco lì che ancora non riuscivano a non pensare a quanto era loro capitato solo due giorni prima. Avevano sognato a occhi aperti mentre seguivano Gesù che parlava come nessuno avesse fatto prima, che operava prodigi e segni, che era cercato e attorniato da una umanità tanto variegata quanto il cammino di ogni uomo. Ci avevano creduto e si erano messi in gioco dietro quell’uomo che non aveva tardato a riconoscere come il messia atteso. Ma poi? “Noi speravamo…”, confesseranno con amarezza di lì a poco.

Ad un tratto s’accorgono che qualcuno accelera il passo per raggiungerli. È uno come loro, ma è all’oscuro di ciò che è il motivo della tristezza che si legge sul loro sguardo prima che nelle loro parole. E secondo lo stile proprio di Dio, li avvicina proprio a partire dalla loro condizione: in questo caso nell’ora dell’afflizione, Tommaso nell’ora del dubbio, la Maddalena nel momento del pianto, gli Undici mentre sono in preda alla paura. Sempre così: riveste i panni della nostra vicenda, quale che sia.

L’argomento che anima la discussione è qualcosa di scottante senz’altro, se i toni risultano essere piuttosto accesi. Non poteva essere diverso. Non è forse vero che di solito parliamo di ciò a cui teniamo di più? E che teniamo a ciò che per noi è il senso della vita e il senso della vita è ciò o chi amiamo? Già: stanno parlando di lui, del Signore, di colui che si è messo al loro passo.

E proprio mentre il discorso si fa più incandescente, eccolo introdursi non con un discorso ma con una domanda che coglie, qui e ora, cosa è accaduto da sconvolgere il loro stato d’animo. Che finezza pedagogica! Chapeau! La domanda che Gesù pone si colloca nell’ordine dell’ascolto di ciò che sta a cuore ai suoi interlocutori. Non fa discorsi ma li lascia parlare. Fossimo stati al suo posto, sapendo come erano andate realmente le cose, non avremmo esitato a mettere i puntini sulle i. Nulla di tutto ciò. La domanda, anzitutto. Ci sono momenti, infatti, in cui più che di una risposta abbiamo bisogno di qualcuno che sia in grado di portare il nostro peso, di compartire il nostro dolore.

E, così, proprio l’interesse verso di loro, comincia a far ardere il cuore. Parla in modo da accendere qualcosa che suona come un diverso modo di leggere le cose. Il maestro è colui che sa far ardere ancora la brace accesa sotto la cenere che vi si è depositata sopra. La pena che portano nel cuore non ha ancora spento del tutto il lucignolo fumigante della fede. Lo si coglie dalla descrizione così dettagliata di come erano andate le cose. Gesù, d’altronde, percepisce che i due, come tutti quanti noi, non hanno bisogno di condanna ma di attenzione, non di una sentenza, ma di una compagnia, non di prescrizione ma di conforto, non di una parola urlata ma di quella sussurrata sul cuore: avevano bisogno della carezza non del bastone. Sono solo un po’ lenti nel dare fiducia, ma questa non è affatto spenta dentro di loro come dentro di noi. La grazia, quella sera, la grazia nelle nostre sere è trovare qualcuno che non spenga ma faccia sì che la fiamma smorta riprenda vigore.

Aveva fatto capire che l’esperienza del Golgota non era anzitutto da leggersi come un fallimento ma come uno svelamento: lì era stato rivelato il modo in cui ogni uomo è caro a Dio. La croce rivela sempre chi è Dio e chi è l’uomo. È la prova a misurare ciò che ognuno porta nel suo cuore (cfr. Dt 8,2).

Un po’ sbrigativamente parliamo di risurrezione ma dimentichiamo che si tratta di una Pasqua, di una lacerazione, di qualcosa che si rompe, si spezza, si apre perché altro accada

Nessuna richiesta nelle parole di Gesù. Ed è qui che sorge spontaneo il moto del cuore: “Fermati, resta con noi perché si fa sera”. Sembra un gesto di attenzione per lui che da solo vorrebbe proseguire nella notte ma in realtà stanno confessando tutt’altro: “Una presenza come la tua è quella che ci vuole quando il sole cala prima ancora che sulle nostre giornate, nei nostri cuori”. Non poteva non essere così: il suo non era un parlare vuoto ma quello che mentre dice scalda, mentre articola suoni non accarezza le orecchie soltanto ma fa ardere il cuore.

Non fecero in tempo ad aprire gli occhi mentre lo riconoscevano nel segno suo più tipico, quello dello spezzare, che egli era già scomparso.

La fortuna dei due di Emmaus è stata proprio l’essersi lasciati interrogare da uno sconosciuto senza chiudersi a riccio nella loro delusione. Sciocchi ma non così da rifiutare un dialogo; tardi di cuore ma non al punto da rimanere seduti ai bordi della strada.

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