Dalla paura alla gioia – Prepararsi alla III di Pasqua

emmaus (1)Quello che balza subito agli occhi è che la vicenda dei due di Emmaus sembra la storia di due discepoli che fuggono da Gerusalemme, si ritirano, se ne vanno come dei deboli, per paura di pensare, di vedere la realtà come si presenta.

Se proviamo però a non fermarci ad una lettura superficiale ed entriamo in quello che attraversa il loro cuore, ci accorgiamo subito che ne avevano ben donde per andarsene.

Dopo la sepoltura del maestro, gli apostoli si sono ritrovati nel cenacolo, mossi dallo smarrimento di cui stavano ancora facendo esperienza. Del resto, nessuno a Gerusalemme aveva casa. Avevano bisogno di ritrovarsi per poter riprendere i pensieri, per riuscire almeno a darsi qualche spiegazione. Quella fine ignominiosa non gli lasciava più nulla in mano. Le speranze del regno che pure Gesù aveva annunciato si erano dileguate. Erano tramortiti, storditi. Un sepolcro aveva inghiottito ogni cosa.

Ad un tratto delle donne avevano recato l’annuncio che il maestro era risorto. Ma “quelle parole parvero agli apostoli un vaneggiare; e non prestarono fede alle donne” (Lc 24,11). Che cosa stava avendo la meglio in quegli uomini: la saggezza virile contro il vaneggiare del cuore delle donne o la disincantata adesione al reale dovuta all’impossibilità di riprendere fiducia?

Di fatto il vaneggiare delle donne non era riuscito a infondere una minima fiducia nei nostri due, al punto che cominciarono a sentire irrespirabile l’aria di quella sala al piano superiore. Pur essendosi appartati per dimenticare, di fatto il passato tornava violento ma soprattutto si faceva soffocante. Pietro e Giovanni accetteranno la sfida: saranno vaneggiamenti di donne, ma sarà meglio andare a vedere. I due di Emmaus, invece, vogliono vivere. Gli altri restano nella loro cupa rassegnazione. Non si può vivere tra donne visionarie e questa cupa rassegnazione degli altri.

“Due di loro”: tra i rassegnati e i visionari, spuntano due di loro che non se la sentono di trascorrere il resto della loro vita a collezionare memorie, anche se quelle di un uomo potente in opere e in parole come Gesù. Si dirigono verso Emmaus. Emmaus ha tanti nomi. Ha il nome dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni, quando non delle nostre proiezioni o illusioni. Eppure Emmaus è necessaria perché ci mette in cammino, ci fa muovere.

Come non rileggerci in questi due, soprattutto quando l’ambiente a casa, a lavoro, nella chiesa si fa sempre più asfittico?! Oggi non sono più soltanto due, oggi siamo in molti a desiderare di andar fuori per vivere.

Notte – nebbia….

Cosa ci rimane se non la strada? Cosa rimane se non provare a mettersi in cammino? Nel vangelo, la strada è più di un luogo o di un personaggio: è il Signore. “Io sono la via”. Francesco dirà che Gesù nell’incarnazione si è fatto per noi via. È lungo la strada che comincia la chiesa ed è lungo le strade di questa umanità che essa può continuare. Anche perché lungo la strada non occorre, per entrarvi, né bussare alla porta e tanto meno fare anticamera. È camminando che si apre il cammino.

In quello stesso giorno… andavano in campagna (dirà Mc). Non sono detti i motivi di quell’andare. Ma li si intuisce. Se ne vanno per dimenticare. Andare a Emmaus equivale a dimenticare.

Non è quello che sovente suggerisce il nostro buon senso o la voglia di farla finita con certe situazioni? Sforzati di dimenticare! Non pensarci! Trovati uno svago, un impegno…

Ma i nervi agitati difficilmente obbediscono al comando della volontà. Come si fa a dimenticare quando gli avvenimenti dei quali sei stato protagonista o spettatore ritornano martellanti nella tua testa? Come si fa a dimenticare quando sembra di essere ossessionati da una sorta di chiodo fisso? Non è possibile comandare la dimenticanza. Verrà, forse, ammesso che vi siano delle cose che sia possibile dimenticare per sempre. C’è un tormento che ci accompagna sempre. Non ci sono vacanze che tengano.

Non è il cenacolo a soffocarli ma l’ombra di quella croce e il peso di quella pietra sepolcrale. Per dimenticare bisognerebbe svuotarsi di ciò che è più tipicamente umano. E come si fa?

I nostri due provano a dimenticare: Gerusalemme è il luogo di quei fatti che portano nel cuore, Emmaus il ripiegamento su delle posizioni più umane. Emmaus rappresenta il voler rinunciare a misurarsi col divino. È la ribellione nei confronti di Dio, l’accontentarsi di un umano tutto umano e solo umano. Francesco lo definirà il vomito della propria volontà. Il ripiegamento verso Emmaus non richiama forse la vicenda del figlio minore che sente opprimente l’abbondanza della casa del Padre e perciò la scambia con le ghiande rubate ai porci. C’è un umano troppo umano che ahimè finisce per asservirci ora all’uno ora all’altro.

Discorrevano e discutevano insieme. Almeno una cosa viene condivisa: lo star male e perciò la necessità di prendere aria. Poi, però, quando si tratta di giudicare i fatti non sono più d’accordo. È così: aver la stessa fede non significa condividere lo stesso modo di pensare nel leggere le cose che capitano. Che cosa era accaduto? Il Signore li aveva lasciati e questo era stato giudicato un male, una cosa che non doveva accadere. Eppure in Gv Gesù aveva detto ai suoi: “E’ bene per voi che io me ne vada…”. È la cosa più difficile non tanto da capire quanto da accettare. Io vedo le cose in un certo modo e vorrei che tutto attorno faccia in modo che si realizzi così: è il mio bene, dunque? Ma il mio vero bene, così come lo vede il Padre, coincide con il mio bene?

Lui va via e io concludo che mi ha lasciato. In realtà però sono io che non so stargli dietro là dove egli mi ha fissato appuntamento.

Entrando nell’esperienza della croce, Gesù non ha abbandonato i suoi discepoli: ha indicato loro un altro luogo dove fissare l’appuntamento.

I due di Emmaus, come tutti noi, sono incapaci di stare al passo del maestro. Ciascuno di noi tende a fissare quello che possiede: ha per lui un volto ben preciso. Volentieri io appiccico sul Signore Gesù (ma lo faccio anche su chi mi sta accanto) il mio modo di sentire, di vedere, di parlare. Ma non è forse un appiccicargli addosso la mia statura? Perché mi accorga che il Cristo non cresce se io lo tratto così, lui mi dice: “è bene per te che io me ne vada”. Allontanandosi mi costringe a cercarlo e cercandolo mi accorgo che egli è diverso e che è necessario un cuore dilatato perché sia capace della sua statura.

Dopo esserci riconosciuti nel cammino affaticato e pesante dei due discepoli, proviamo a chiederci che cosa fa Gesù di fronte alla loro e alla nostra situazione.

Anzitutto compie una ricerca personale: “Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. I discepoli di Emmaus sono stati avvicinati personalmente, lungo la via. Quel viandante misterioso che li ha accostati non si è fermato ai margini della loro tristezza ma è entrato profondamente, con delicatezza e con passione nei pensieri e nei sentimenti che costituivano il loro dramma. Pur trovandosi lungo una strada, non si sono sentiti anonimi perché l’incontro con quello sconosciuto è divenuto l’incontro più personalizzato di cui abbiano fatto esperienza.

Eppure, tutto questo accade proprio a partire da una esperienza di abbandono: si accorgono di Uno che incomincia a camminargli accanto quando si ritrovano soli. Si rinnova per i due di Emmaus come per noi il mistero di un Dio che discende. Dove? Dove siamo, come siamo; assume il nostro momento nel tempo, il nostro volto, il nostro stesso soffrire. Ci è vicino solo chi è come noi, uno di noi. La disuguaglianza crea delle distanze incolmabili. Gesù si fa viandante, si fa pellegrino, si fa fuggitivo proprio come i due. “Ecco io sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. A partire dalla croce possiamo dire che non c’è situazione umana di miseria, di peccato, di lontananza da Dio, di morte, che non sia raggiunta, e perciò redenta, dalla presenza della solidarietà, della compagnia del Figlio abbandonato con i peccatori.

Sulla mia strada vi è già un Cristo che è come noi, con il nostro volto, la nostra pena, il nostro linguaggio, le nostre fragilità. Capiamo perché è stato detto: “Chi vede il fratello, vede Cristo”.

Gesù si accosta: non appare improvvisamente. Sulla strada egli assume i tratti delle persone cui egli si manifesta. Nel giardino del sepolcro, la Maddalena crederà di trovarsi di fronte all’ortolano, sul lago i discepoli si misureranno con un pescatore, sulla strada di Emmaus fuggitivo con i fuggitivi. Per riconoscerlo è necessario un cuore che arde. Non è che Gesù ci raggiunga: in realtà ci precede. “Vi precede in Galilea”. E noi chiamati a passare dove lui è, a volte anche attraverso le strade obbligate della nostra fragilità e miseria. Quelle strade, però, sono già illuminate di segni di speranza. E quando finalmente lo si raggiunge lui si mette a passo d’uomo.

Gesù compie nei confronti dei due una ricerca paziente: “… camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Era presente ai due discepoli prima di essere riconosciuto presente. Ha accettato di essere presente e non visto, quasi fosse assente. Per tutto il tempo nel quale gli occhi di un uomo sono ottenebrati, la presenza di Cristo è reale ed operante, anche se nascosta. È quello che ancora oggi Gesù continua a fare. Non è lui a dettare il passo: piuttosto si adegua al nostro. Si adegua ad ogni cammino, purché si cammini. Si adegua fino a sentire la nostra stessa stanchezza: quaerens me sedisti lassus. Non importa se non lo vedo: lui mi precede. Posso attraversare questa esperienza perché tu l’hai vissuta prima di me e ora la vivi con me.

La ricerca di Gesù è anche ricerca attiva. Durante il cammino ascolta, lascia sfogare, da modo di oggettivare il disagio, a partire da una domanda molto semplice colma di grande affetto: dite, parlate, provate a mettere a fuoco ciò che vi preoccupa, non sfuggite ai vostri problemi. L’intento di Gesù è quello di aiutare a leggere nel nostro cuore quando vorremmo passare oltre. Essi stavano andandosene lontano e Gesù, che vede il loro star male, li obbliga a riflettere: “Che sono questi discorsi…? Che cosa è avvenuto in questi giorni a Gerusalemme?”. Egli sa quali sono questi discorsi, ma li vuole sentire da me per farmi comprendere che quello che io so è ben poco cosa. “Perdonali, perché essi non sanno…”, aveva detto.

A lui sta a cuore il mio star male. Gli importa. Chi invece potrebbe volere il mio dolore, la mia pena? Il mio male, luogo in cui ancora una volta egli discende per rivelarmi l’amore, perché risalendo con lui il mio calvario, io possa credere all’amore.

Ora il cuore può dischiudersi. All’inizio erano stati un tantino aggressivi. Poi cominciano a rispondere e a interrogare.

“Tu solo sei così forestiero da non sapere…”. Sopportiamo a fatica chi non conosce la nostra pena. Vi sono dei momenti della nostra vita in cui con forza sentiamo ripeterci le parole del Salmo: “Dov’è il tuo Dio?”.

“Uomini vanno a Dio nella loro pena…”, così Bonhoeffer. Quando sto male, non mi do pace. Non c’è porta alla quale non bussi. Non c’è situazione nella quale io non gridi il mio dolore. Il mio cuore è più forte della mia volontà. Cerco, anche se non a volte non so più che cosa cerchi. C’è una segreta speranza che ad un tratto lui si sveli, si lasci prendere dalla mia pena, dal momento che si è lasciato prendere dai suoi crocifissori.

Che sono questi discorsi? Per una giustizia a mia misura è necessario sapere come io vedo le cose; ma per tradurre l’esperienza dell’amore è necessario sapere come hanno visto gli altri.

I due riconoscono che Gesù fu profeta potente in opere e in opere, ma dal momento che non vive più, che senso continuare ad affidare a lui la propria esistenza? Non riescono a distogliere lo sguardo dal sepolcro.

Speravamo: forse una speranza ben misera ma pur sempre speranza. E nonostante più volte Gesù avesse spiegato loro che non dovevano attendersi un messia trionfatore, aveva finito per sopportarli com’erano. Anche se sbagliata, era pur sempre speranza, suscettibile ancora di purificazione, ma pur sempre speranza. Hanno sperato sia durante la passione che subito dopo la sua morte. Ciò che pesava sul loro cuore non era tanto la croce quanto quei tre giorni di silenzio: “son passati tre giorni…”. Contro questo è difficile mantenere viva la speranza.

In questo momento se la nostra speranza viene meno non è perché manchino i segni di una presenza, ma perché non sappiamo attendere l’ora e il momento di Dio. Vorremmo vedere subito: siamo noi a fissare i tempi e sono tempi che esprimono la nostra poca fede.

Riconosciamo che l’essere figli di una società tecnologica e multimediale, in tal senso non gioca a nostro favore. Per noi tutto deve poter accadere in tempo reale: non ci siamo ancora messi in cammino e vorremmo essere già a destinazione.

La speranza è un credito di fiducia aperto nei confronti di Dio oltre quello che riusciamo a vedere e a capire.

I due raccontano come sono andate le cose ma sono incapaci di vedere la novità. La raccontano ma non la riconoscono. Sono due buoni cronisti, non due storici. Senz’altro, da cronisti, noi registriamo le perdite ma siamo incapaci di avvertire quello che già sta spuntando dalle rovine. Eppure qui sta il compito profetico del cristianesimo. Il nostro occhio è spesso fermo su ciò che muore ma non riusciamo a riconoscere quei germogli che già dicono il sorgere di una nuova alba. Non può recare liete notizie chi non proviene dal futuro (d. Tonino Bello).

Quanto le donne hanno visto, il sepolcro vuoto, la pietra ribaltata, il sudario abbandonato non sono ancora la certezza della vita ma sono senz’altro il segno che lì niente è rimasto com’era.

Ma i nostri occhi vogliono vedere come le mani vogliono toccare: il cuore ha bisogno delle sue ragioni. Del resto il vangelo è lì a documentare che la salvezza passa attraverso un lembo di un mantello, attraverso il vedere passare Gesù dall’alto di un albero… Occorre la mediazione della carne.

“Ma lui non l’hanno visto”: dietro i nostri occhi incapaci di vedere c’è un gran desiderio di luce.

“Stolti e tardi di cuore… non bisognava…?”. Nessuno di noi, come Pietro, come i due di Emmaus, capisce perché sia necessario soffrire per entrare nella gloria. Siamo incapaci di credere nel Dio della fedeltà, incapaci a fidarci della promessa di Dio, bisognosi come siamo di misurare le cose solo col nostro metro, secondo il quale Gesù avrebbe dovuto liberare Israele non come ha fatto ma come noi ci saremmo aspettati. Egli non ha fatto così e dunque le cose sono andate male. Ma non poteva essere diverso il disegno di Dio? più grande del nostro? Perché non ti fidi del suo disegno?

Quando giungono al villaggio dove erano diretti, in realtà esso ha già perso ogni rilevanza ai loro occhi. Vi erano giunti, ma erano già oltre. Quello strano viandante li aveva disincantati non certo disprezzando la meta o condannando quello che si erano prefissi. Solo aveva provato a far ardere il cuore, lo aveva dilatato. Emmaus non viene mai disprezzata. Anch’essa è dono del Signore. Qualche volta persino una ghianda rubata ai porci, per chi non ha di meglio, è il paradiso. Ma non basta. Essi non potevano pensare che a quel villaggio, ma ora hanno scoperto qualcosa di più grande. Prima di disamorare occorre innamorare.

Resta con noi. Queste parole sono dette ad uno che è ancora forestiero. Gliele dicono perché hanno pena di lui, che di notte vorrebbe continuare il viaggio per una strada buia. È vero che essi sono due smarriti, ma da quando quell’uomo ha cominciato a parlare, è come se siano stati in grado di dimenticare la loro pena ed entrare nella sua al punto da ospitarla nel loro povero cuore. E perciò lo invitano a fermarsi. Tutto aveva come spento la loro fede, ma non aveva ancora consumato il loro amore che a mano a mano andava ravvivandosi. Questo era, forse, il modo migliore per stare ancora insieme con quel maestro che aveva detto: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

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