Il “ri” di Dio – II di Pasqua

Nei giorni amari della delusione, quando resta vivo solo il rammarico di non essere stati in grado di giocare d’anticipo e così evitare di soffrire inutilmente, l’unica cosa che si desidererebbe fare è quella di staccare ogni contatto con il mondo che ci circonda: tutto ci risulta terribilmente fastidioso e menzognero. “Non voglio sentire e vedere nessuno”, protestiamo con ragione. “Non voglio vedere neppure la mia ombra”.

Così doveva essere il clima del cenacolo nel giorno di Pasqua: una sorta di intontimento generale. Tanta era stata la batosta subita che gli apostoli facevano non poca fatica a credere a ciò che avevano dinanzi agli occhi. Gesù dovrà provarci più di una volta e in modo diverso a farsi riconoscere se vorrà che i suoi, finalmente, si convincano di non essere di fronte a un fantasma. Dapprima esibirà il suo corpo denudato ma nulla. Quindi dovrà far ricorso al cibo: chissà che almeno stavolta riusciranno a credere. Mi immagino con quanta attenzione avranno notato il modo in cui inghiottiva il boccone di pesce che essi avevano appena gustato.

Come dar loro torto? L’ultima cosa che avrebbero potuto immaginare era il  pensare che potesse venire a cercare proprio loro che lo avevano rinnegato e abbandonato o che potesse offrire la pace a chi non aveva fatto nulla per evitare la china presa dagli eventi solo poche ore prima. Se è vero che la batosta del venerdì santo era stata madornale, non meno doveva risultare quella che stavano ricevendo quella sera.

A uno di loro, Tommaso, quella ferita doveva bruciare particolarmente se aveva pensato bene di non rintanarsi con gli altri nel cenacolo. Hai voglia a dirgli come erano andate realmente le cose quella sera! Non gli sarebbe bastato vedere: pretendeva qualcosa di tangibile. “Se non tocco, se non metto…”. D’altronde, talvolta il dolore può produrre una ver a e propria forma di allucinazione, quasi a voler esorcizzare la ferita. Aveva fatto non poca fatica a credere a quello che vedeva con i suoi occhi due giorni prima, figurarsi se poteva fidarsi di quello che aveva sentito dire dai suoi compagni.

Tommaso vorrebbe credere ma “sub conditione”. Pur generoso, Tommaso è prigioniero delle sue sensazioni: per lui è vero solo quello che è sperimentabile, poco importa se poi è falso, è vero ciò che tocca. Il suo è il credo di chi pensa sia falso tutto ciò che non è verificabile, sebbene sia vero.

E con infinita pazienza, quella propria di chi è abituato a coniugare i verbi preceduti dalla particella “ri” (ri-torna, ri-comincia e via di seguito), Gesù si offre anche a Tommaso. Chissà che cosa avrà fatto più male al Signore, se la lancia di Longino o il dito di Tommaso?!

Mentre con lo sguardo accarezzava le mani del maestro, s’accorse che quelle mani sempre aperte nel gesto del dono, avevano saputo ospitare anche la storia dell’umiliazione e della sofferenza. Qualcuno avrebbe voluto che esse restassero per sempre legate ad un legno e, invece, per mezzo di esse – segnate per sempre dall’incomprensione, dal sospetto, dalla rivalità – chiunque sarebbe stato accolto tra le braccia della misericordia di Dio.

E così, mentre stringeva i piedi del maestro, Tommaso s’accorse che le ferite che essi riportavano, da una parte erano memoria della meschinità dell’uomo e, dall’altra, narravano che sulla “via del dolore l’uomo non sarà mai solo”. Quelle ferite ricordavano che i sentieri della sofferenza non sono solo percorsi di disperazione.

Mentre fissava il suo sguardo sul cuore trafitto, scopriva che Dio disegna sempre i confini del suo rapporto con l’uomo su un cuore spezzato.

Tuttavia, lo stupore più grande per Tommaso, fu quando sentì ripetere dalle labbra di Gesù le stesse parole che egli, solo pochi giorni prima, aveva ripetuto ai suoi amici. Ora Dio le faceva sue. Tommaso scoprì che Dio fa sue persino le mie parole, quelle che talvolta potrebbero sembrare irriverenti (se… se… se…).

A Tommaso non fu necessario toccare, mettere il dito. Scoprire che a Dio fossero note le sue riserve, era ciò che aveva dischiuso la fede di Tommaso. L’ora della fede coincise con l’ascolto di quelle sue parole.

Le parole della sua resistenza furono le stesse che ottennero la resa di Tommaso tanto da aprirlo a un riconoscimento che non ha precedenti: Mio Signore e mio Dio…

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