Quando la vita estrae il tuo numero: Simone di Cirene – Venerdì santo

Ho provato a intrufolarmi tra la folla che segue quello strano spettacolo lungo la via del Calvario. Ad essere condannato, non uno dei soliti malfattori ma uno che, al dire dello stesso Pilato, non aveva fatto nulla di male.

Ad un tratto m’accorgo che Gesù non ce la fa: cade stremato a terra. A pesare è sì, certo, il legno della croce ma ancor più tutto ciò che quel legno rappresenta. A pesare è il non riconoscimento del bene compiuto, è intraprendere quella strada che lo vedrà appeso ad un patibolo per uomini che preferiranno ritirarsi nel loro proprio, come egli stesso aveva predetto. Conosco anch’io la fatica e la ripugnanza quando ciò che fai per qualcuno non solo non è accolto ma, addirittura, non è riconosciuto o scambiato per altro.

Mentre lo vedo a terra, ecco comparire un uomo costretto – letteralmente – a caricarsi del patibulum e fare un tratto di strada accanto al condannato. Povero Simone di Cirene! Come se non bastassero le sue fatiche e i suoi crucci. Un ulteriore problema? Ancora una croce? “Avrei fatto meglio a starmene nei campi”, avrà pensato il povero Simone, “guarda in che guaio che mi sono cacciato”.

Veniva dalla campagna, magari neppure sua: il lavoro dei campi è un lavoro di braccia e non è certo un divertimento. Chissà che fastidio deve aver provato nel doversi accollare un peso che non gli apparteneva! Di quante cose è memoria quel suo venire dalla campagna! Eravamo stati pensati per godere di ciò che Dio aveva messo a nostra disposizione senza conoscere l’onere della fatica e, invece, amaramente ci si era ritrovati dal disporre di ogni cosa al doversi procurare tutto col sudore della fronte. Quell’incontro lungo la strada del Golgota diventa riconciliazione con il Signore che entra nella nostra stessa fatica.

Eppure, quel tale, proprio per un incontro non volontario, entra nella storia stessa del Figlio di Dio, egli che fino a quell’istante era soltanto il signor nessuno.

Mi immagino il modo in cui Gesù avrà guardato Simone: se è vero che aveva fissato con amore il giovane ricco, che cosa non avrà riservato per quest’uomo che, suo malgrado, accetta di non passare oltre e diventa icona di chi è capace di portare il peso di un altro?

Lo sguardo di Gesù sarà stato ancora una volta uno sguardo di compassione, ma stavolta al contrario: chiede all’uomo di patire insieme a lui. Egli stesso, un giorno, per spiegare il diverso modo di stare al mondo dei suoi discepoli, aveva detto: a chi ti chiede di fare un miglio di strada con lui, tu fanne due. Eccolo Simone: non solo compie il tratto di strada ma fa suo anche il fardello che l’altro è costretto a portare lungo quella via. Simone scopre che nella sua umanità, Dio non ce la fa da solo. E così, egli che non ha ricevuto una particolare chiamata da parte del Signore come tanti dei discepoli, riceve una vocazione tutta particolare senza per una vera e propria azione di polizia, per dirla con gergo moderno. Una vocazione ad actum (all’occorrenza, per una circostanza), si direbbe. Quante volte la vita ci restituisce questa vocazione ad actum! Non gli è chiesto se è d’accordo, è semplicemente costretto; non ha avuto modo di pensarci su, non ha potuto prendersi il tempo necessario per il discernimento. Si trattasse almeno di una cosa lieta. Si tratta, invece, di una questione di sangue, una faccenda sporca.

Mc specificherà che Simone era padre di due che verosimilmente apparterranno alla comunità cristiana, Alessandro e Rufo. Un incontro fortuito con un malcapitato, in un giorno qualsiasi, diventa possibilità perché scaturisca la fede. Anche quella che poteva sembrare una carità forzata, conserva sempre una sua fecondità. Neppure il fastidio, il rifiuto, la fretta sono rifiutati quando si tratta di farsi carico di chi troppe volte è caduto sotto il peso della vita. La storia di quest’uomo ci ricorda che, talvolta, proprio mentre non passiamo oltre rispetto a qualcosa di imprevisto che ostacola i nostri piani, è possibile incontrare Dio pur senza averlo cercato. Dio entra nella nostra vita proprio quando neppure ce lo aspettiamo, quando ci sembra che altro debba essere il corso degli eventi.

Viene per tutti il momento in cui la vita estrae il tuo numero, senza chiederti il permesso, mettendoti faccia a faccia con la sofferenza. In quei frangenti non servono le parole: serve solo la disponibilità a compiere un tratto di strada insieme, ad alleviare una pena.

Lungo la via, Simone di Cirene prende il posto di Simone di Betsaida, il discepolo mancato, quello che non riesce ad aiutare Gesù. Proprio questa vicenda ci ricorda che si è discepoli non perché lo si dichiara con le labbra ma perché non ci si sottrae a quanto ci è chiesto di assumere, talvolta involontariamente e controvoglia. In quel momento Simone di Cirene, proprio come me, sente solo il peso di quel legno, non sa di stare facendo una cosa straordinaria, non conosce il valore di ciò che gli è piombato addosso. In realtà – lo capirà solo dopo – non è tanto lui a portare quella croce ma è lui ad essere portato da essa. Proprio come accade a tutti noi.

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