Il possibile riscatto – Prepararsi alla Domenica delle Palme

Crown of Thorns, crucifix and Easter white Lily

Che senso ha riascoltare ogni anno la Passione del Signore Gesù? Cos’ha da spartire con noi che sperimentiamo non poca fatica a ritenere come pagine di senso quelle che non poche volte ci tocca scrivere mentre veniamo messi a dura prova da una malattia, una morte, un tradimento, un’incomprensione, un abbandono, una sfiducia immeritata? In quei frangenti a noi pare che nulla abbia senso: la vita, la morte, gli affetti, i legami, Dio. Nulla.

Fosse stato affidato a noi il compito di progettare un possibile riscatto dell’umanità non avremmo tardato a riconoscere che questo potesse venire da altre pagine della vicenda terrena di Gesù: da un Gesù che operava miracoli liberando uomini e donne dallo strapotere del male, da quel Gesù che proclamava le beatitudini sul monte o si trasfigurava sul Tabor, da un Gesù seguito e osannato da tanta gente. Non è forse la nostra storia questa, la storia di chi nel corso dei secoli si è sempre affidato a chi avesse dalla sua, consenso, prestanza, forza di farsi valere? È la nostra storia, la storia di chi protesta per vedere i segni della nostra fede riconosciuti pubblicamente per poi discostarsi dalla logica che quel segno incarna.

E invece ci ritroviamo qui a ripercorrere una vicenda, quella di un Gesù che sembra non avere più alcuna parola da dire proprio mentre tutti pretenderebbero una sua parola. Non senti quante testimonianze portano contro di te? gli dice Pilato. Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. Perché quel silenzio? Perché quell’impotenza?

Che riscatto può venire da un uomo solo, le cui mani saranno inchiodate e perciò impedite nell’operare un qualsiasi miracolo? Che riscatto può venire da un uomo che ha detto di essere il Figlio di Dio e ora il Padre sembra averlo abbandonato dando ragione a chi lo sta accusando? Che riscatto può venire da chi non è più nessuno, solo uno dei tanti poveri cristi che sono sulla terra?

Eppure, proprio quando la vita si è ormai spenta e tutto sembra finito, il centurione pagano proclama: Davvero costui era Figlio di Dio! Il pagano riconosce che quelle tenebre, quella sconfitta, quell’abbandono sono il luogo in cui Dio abita e sono l’esperienza attraverso cui Dio si rivela. Comprendiamo così che quel silenzio di Gesù ha una sua eloquenza e quell’impotenza una sua fecondità. Anche i miei silenzi sono eloquenti, anche la mia debolezza è feconda. Non c’è tenebra o angoscia in grado di lasciare Dio fuori dalla porta se è vero che Dio è presente in quell’inferno di angoscia e di abbandono in cui muore Gesù. Nessun uomo deve disperare del suo incontro con Dio in questa vita: Dio non ha paura di quell’inferno in cui non poche volte ci siamo cacciati.

Se non abbiamo altro segno per esprimere il nostro essere cristiani che la croce, questo significa che il possibile riscatto per noi viene proprio da questo modo di vivere la passione: a questo giunge l’amore, a non abbandonare l’amato neanche quando questi è colpevole. Anzi. Accade che la condivisione lo porti a sperimentare la sua stessa sorte. Noi possiamo credere nell’amore di Dio perché siamo stati fatti amici proprio da quell’amore folle.

Quando guardiamo al nostro mondo ci chiediamo in che modo esso possa essere sanato? Non poche volte vorremmo perseguire logiche di forza e di potere. Guardando la croce oggi ci viene ripetuto che il male può essere vinto nella misura in cui esso viene riconosciuto, assunto e condiviso, a cominciare da quello che abita nel nostro cuore.

È possibile che questo nostro mondo conosca una pagina nuova se, come Gesù, sapremo proferire e scrivere parole di sapienza, se saremo in grado di condividere le nostre risorse, se saremo capaci di amare non a parole ma con i fatti. E tuttavia, parteciperemo anche noi alla salvezza di questa nostra umanità quando ci sentiamo o siamo inutili, quando sperimentiamo l’impotenza delle nostre capacità o l’esiguità delle nostre risorse. È la nostra croce a salvarci: è con questa che, anche se in maniera insperata, l’umanità mia e dei miei fratelli può conoscere un possibile riscatto.

Attento perciò a ritenere infecondi quei frangenti di fatica che completano nella tua carne ciò che manca alla passione di Cristo. Non temere: forse dovranno passare i tre giorni del mistero pasquale, ma anche essi conosceranno il giorno della risurrezione.

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