Le tenebre e la luce- IV di Quaresima

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”: così recita il prologo al vangelo di Giovanni.

Come è possibile che le tenebre non lascino spazio alla luce? Non è forse vero che esse esistono solo in mancanza della luce e che si dissipano ogni volta che la luce avanza? Cosa accade quando apriamo una finestra al sorgere del sole? Cosa avviene quando accendiamo una luce in una stanza buia?

Eppure – ricorda Gv – può accadere che le tenebre non si ritirino e la luce non venga accolta.

“Passando vide un uomo cieco dalla nascita”.

Dio continua a camminare e a riscattare dall’anonimato e dal silenzio storie che altrimenti non conoscerebbero sbocco alcuno: in fondo tutti si erano abituati all’idea che le pupille di quell’uomo fossero calate. Tutti ci avevano fatto l’abitudine, forse persino l’interessato.

Come è diverso il passaggio di Dio rispetto a quello degli uomini! Ciò che per Dio diventa occasione per prendersi cura, per gli uomini è solo occasione per piantar su una disputa di quelle che non coinvolgono più di tanto. E secondo una logica dozzinale preferiscono risalire alla causa morale (“chi ha peccato?”), piuttosto che lasciarsi interpellare personalmente da quella situazione.

Vedere quell’uomo, per Gesù diventa un darsi pensiero per lui. Il suo sguardo è già promessa di un amore che salva e perciò strappa dalla condizione in cui versa. Non c’è dubbio che si tratti di uno di quegli incontri voluti da Gesù stesso: il cieco è lì, senza alcuna implorazione di aiuto.

A chi vorrebbe ridurre tutto a una questione di peccato, Gesù ribadisce che ci sono situazioni che non possono essere accostate così: è così perché “si manifestassero in lui le opere di Dio”. E l’opera di Dio è una sola: dare la vita e darla in abbondanza, essere luce del mondo. Guai a voler collegare malattia, infermità e colpa: è un gioco al massacro. Spesso, però, nel piano di Dio, proprio il dolore e la prova possono essere il luogo in cui Dio manifesta la sua grazia. C’è un invito a leggere il dolore nella luce di Dio. La chiave di lettura, infatti, non è all’indietro (che male ho fatto?) ma in avanti: anche questa mia condizione di umiliazione è luogo in cui Dio continua ad operare nei modi che solo lui conosce.

Vera sventura, infatti, non è la malattia ma l’essere senza luce e si può essere senza luce anche se i nostri occhi riescono a distinguere colori e contorni.

Come il Figlio di Dio, anche i figli di Dio “devono compiere le opere ci colui che li ha mandati”. C’è un prolungamento nel tempo dell’azione salvifica di Dio che passa mediante l’attenzione costante all’uomo colpito dalle miserie del vivere umano.

Quante situazioni, infatti, non vedono realizzarsi l’opera di Dio in loro a motivo della disattenzione dei figli di Dio!

Al centro dei pensieri di Dio non una norma (il sabato) anzitutto, ma l’uomo e non un uomo generico, ma quello toccato nella sua carne e incontrato nella sua fragilità.

La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico ma un atto atto relazionale, compiuto nella consapevolezza e nella fiducia dell’interessato chiamato anch’egli a fare la sua parte: andare a bagnarsi a Siloe. È solo la risposta fiduciosa dell’uomo consente il concretizzarsi della promessa fatta: è quando torna che il cieco scopre di vedere.

Per i farisei quanto è successo non è motivo di stupore e di riconoscenza, è solo inquietante e crea imbarazzo; è in gioco la loro credibilità e il loro potere. Per questo le escogitano tutte dal sentire nuovamente il miracolato al sentire i genitori per i quali la verità conta meno della sicurezza.

“Ha la sua età, chiedetelo a lui”: mai distacco distacco emotivo più agghiacciante.

La realtà della guarigione miracolosa è inattaccabile, ma resta la convinzione che Gesù sia un peccatore e per questo richiamano il miracolato il quale non tarda a ridurli all’evidenza, quella, cioè, che il miracolo accredita la missione divina eppure essi si  ostinano a tenere gli occhi chiusi.

Il cieco guarito ha compreso che Gesù è profeta e lo ha difeso ad oltranza, ha vissuto nella sua carne e nella sua coscienza il ricupero di una dignità che gli era stata negata ed ora è pronto ad accogliere il mistero.

Gesù senza indugio gli chiede se è pronto a credere nel figlio dell’uomo. L’uomo che è consapevole del valore di questa affermazione chiede di poterlo vedere e si prostra davanti a Gesù che si rivela essere tale.

Dunque il percorso di fede si realizza nel ricupero di una dignità di uomo e nel riconoscere che quella dignità viene dall’alto ed è salvezza.

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