Annunciazione del Signore – XXIII anniversario del Presbiterato

Ordinazione 8_2È vero: è solo una nostra convenzione quella di contare gli anni in un certo modo e forse è anche vero che le date si equivalgono, un anno non è più importante di un altro. Tuttavia, ci sono delle date in cui ti ritrovi più facilmente a ricordare facendo passare davanti alla tua mente i volti, i nomi, i luoghi, i momenti che hanno segnato questi ventitre anni di sacerdozio.

Due sono i verbi che maggiormente sento risuonare dentro di me e che voglio condividere con voi: ricordati e rendi grazie!

Ricordati di tutto il cammino che il tuo Dio ti ha fatto percorrere.

Non avrei mai pensato di poter fare tanta strada in giro per l’Italia e non solo, incontrare tante persone (ciascuna delle quali è diventata occasione per conoscere qualcosa del Signore e qualcosa del cuore dell’uomo) quando, ancora bambino, mi affrettavo di prima mattina a venire in chiesa per servire messa e poi scappare a scuola. Tanti i chilometri percorsi, le esperienze vissute: in tutto, però, ho potuto toccare con mano come il Signore non mi abbia mai abbandonato.

Mi hanno sempre custodito due espressioni della Parola di Dio: la prima è dell’apostolo Paolo il quale in 2Tm 1,12 scrive: “Io so a chi ho creduto”. Da ragazzo mi aveva sempre colpito un canto che era la parafrasi di questa espressione: “Io so in chi ho messo la mia speranza; io son certo del suo amore: Egli mi custodirà fino al suo ritorno”. L’altra espressione è del Sal 51,10 che usai per l’immaginetta ricordo: “Come olivo verdeggiate mi abbandono alla fedeltà di Dio, ora e sempre”.

Nelle forme e nei modi più svariati, è vero quanto afferma il Dt 8,4, “mi ha nutrito di manna a noi sconosciuta. Il mio vestito non mi si è logorato addosso e il mio piede non si è gonfiato”. E tutto questo “non per la mia forza o per la potenza della mia mano”, ma solo per la fedeltà di colui a cui stanno a cuore persino i passi del nostro vagare e che raccoglie le nostre lacrime nel suo otre. Se un dono voglio chiedere al Signore in questo giorno è quello di rendermi cantore instancabile della sua fedeltà: essa, come ripetevo stamani durante le esequie, è ciò che permette di vedere ricomposte le contraddizioni e riscattate le pagine che  a noi sembrano assurde.

Non avrei mai pensato di ritrovarmi ad essere parroco della mia comunità di provenienza, in questa chiesa che mi ha visto crescere e maturare nell’umanità e nella fede.

Proprio la festa dell’Annunciazione ci ricorda che quando c’è di mezzo Dio la vita è da concepire come un sistema aperto: Dio scombussola e mette in cammino. Quando gli dici “sì”, la strada diventa il tuo luogo, il viaggio la tua occupazione, il vangelo il tuo bagaglio. Vivere la vita con spirito di fede è accettare di stare a una perenne scuola di vela, dove appunto la tua vita è la vela e Dio è il vento che la fa andare.

Da Maria apprendiamo cosa significhi accogliere la Parola di Dio: ci si ritrova tra le mani un impegno vivace, quello di lasciarsi trasformare, lasciarsi sorprendere, accogliere la sfida di un percorso e l’incognita di un incontro, accantonare progetti declinati soltanto secondo la logica del voler perpetuare il già visto. Nulla di nuovo accade se non per un atto di fede, ma questo, quando è vero, si declina sempre attraverso la carità di un servizio.

Quante volte la vita scombussola i nostri assetti! Quante volte, a fronte dell’imprevisto e dell’ineludibile, corriamo il rischio di cadere o nella rassegnazione o nel risentimento rabbioso! Questi momenti – ci ricorda Maria – si affrontano provando a cogliere in quegli eventi quale parola Dio stia pronunciando su noi e sulla nostra vicenda, capaci di ospitare anche ciò che a tutta prima a noi pare inconcepibile. Quanti sogni e progetti Dio ispira e noi li vanifichiamo solo perché ci è chiesto di fare spazio a qualcosa che è oltre le nostre aspettative!

In questi anni ho imparato a mie spese che ciò che conta è restare fedeli a un rapporto con Dio che sollecita a camminare: “il come e il dove importa poco ed è comunque scelta di Dio, non nostra”. Proprio grazie a lui ogni luogo è diventato casa per me e ogni persona un fratello con cui condividere un tratto di strada nella comune sequela.

Quando pensiamo al sì di Maria come ai tanti sì che uomini e donne hanno ripetuto a Dio prima e dopo di lei, restiamo stupiti della disponibilità a Lui che ha segnato tante storie. Tuttavia, proprio il mistero di questo giorno rivela qualcosa di molto più grande: prima ancora che un uomo o una donna possano consegnarsi a Dio, è Lui che ha scelto di consegnarsi a noi. Prima che dire “eccomi”, dovremmo imparare a riconoscere stupiti: “eccoTi”. Cosa esprime il nostro “eccomi” se non l’affidarsi a uno che per primo ha creduto in me tanto da rendermi partecipe della sua fiducia e del suo progetto? Posso dire “sì” solo a uno che si è degnato di proporsi a me credendo nella mia umanità e nella mia capacità. E questo mi ricolma di stupore immenso: Dio ha creduto in me!

Insieme al ricordo la gratitudine a tutti voi. Se ho potuto camminare e se il mio ministero è cresciuto in intensità lo devo a tutti voi, a tutti coloro che Dio ha posto sul mio cammino. E non sono pochi. Quante cose ho appreso grazie agli incontri. L’ultimo proprio domenica pomeriggio quando una persona che da tempo non metteva piede in chiesa, dopo quindici anni ha chiesto di confessarsi perché al mattino a messa avevo usato questa espressione: prima ancora che un esame di coscienza, Gesù mostra alla donna l’icona di ciò che può diventare. Un incontro di questo tipo ripaga le innumerevoli fatiche e stanchezze che pure si possono sperimentare nel ministero.

È vero: la nostra vita intera è un tessuto di annunciazioni e ognuno di noi, per quanto numerose e gravi siano le sue personali debolezze, può ben essere in certe circostanze l’angelo dell’annunciazione di un altro.

Grazie a voi per tutte le volte che siete per me l’angelo delle annunciazioni.

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